Sesto San Giovanni: dalla crisi della Mangiarotti a un patto della filiera energia
di Bruno Casati*
Alla conferenza delle lavoratrici e dei lavoratori l’avevamo detto: costruiamo episodi di una nuova economia che sappia traghettare il lavoro oltre la crisi. Se non c’è la luce in fondo al tunnel proviamo noi ad accenderla. Magari cominciando da qualche territorio-isola. A Sesto San Giovanni, alle porte di Milano, ad esempio, può andare in scena un episodio, un test. Sesto non è più, da tempo, la città-fabbrica fordista popolata da migliaia e migliaia di operai e tecnici elettromeccanici e siderurgici che, allora, lavoravano alla Breda, alle Falck, alle Marelli, all’Osva e alle Trafilerie. Di quella città resta la spettacolare archeologia industriale del carro-ponte della “Breda Fucine”, resta l’immenso archivio dell’Isec (Istituto di Storia dell’Economia Contemporanea), resta il ricordo di una classe operaia competente, orgogliosa, antifascista. Restano anche grandi aree tuttora dismesse, su altre si sono invece posate le astronavi delle città-mercato e quella classe la possiamo rintracciare, dispersa, nelle mille e mille imprese-polvere dell’“economia del capannone” della Brianza e della bergamasca. E’ però avanzata nel frattempo un’altra Sesto del lavoro: alcune grandi aziende anche multinazionali vi hanno collocato le loro sedi, ed è rimasta la media impresa industriale. E, sempre a Sesto, oggi può apparire, attraverso un caso paradigmatico, la metafora stessa della crisi e, insieme, attraverso un altro caso, può apparire il test del possibile rovesciamento della crisi in occasione di sviluppo. Il caso paradigmatico è dato dall’azienda Marcegaglia che taglia il personale mentre Emma, la “figlia del padrone”, se ne va garrula in televisione a ripetere come un mantra che «la crisi è ormai alle nostre spalle». Il che però, tradotto, vuol dire che gli industriali se la caveranno ma i lavoratori, discesi dai tetti, andranno sotto i ponti. Non sono sui tetti i lavoratori della Mangiarotti ma, da mesi, in una tenda-presidio che segnala la loro protesta contro un licenziamento camuffato da trasferimento. Impugniamo allora il caso Mangiarotti per, dalla sua soluzione, rovesciare la crisi in un progetto di sviluppo della nuova Sesto che è, nel frattempo, avanzata sulle macerie della mitica grande industria. La Mangiarotti e i suoi 115 lavoratori operano – con alesatrici, fresatrici, una calandra – sui grandi pezzi che vanno nelle centrali elettriche. E’ una fabbrica gemella della Innse, il proprietario dell’area è quell’Attilio Camozzi che sei mesi fa, proprio alla Innse, subentrò al famoso rottamaio leghista, dopo la salita dei cinque sul “carro-ponte” diventato poi il simbolo delle lotte operaie in Italia. La mappa della nuova Sesto del lavoro ci parla oggi di aziende, grandi e medie, nazionali e multinazionali, che operano tutte o quasi nella filiera lunga dell’energia: c’è chi opera nelle attività estrattive, chi nell’eolico, chi nel fotovoltaico, chi sulle biomasse, chi sull’idroelettrico. In campo sono nomi importanti: Alstom, Edison, Edipower, Breda Energia, Abb. Chi ricerca, chi progetta, chi realizza, chi gestisce. E’ un “combinat” unico. Ma non c’è un “piano direttore”. E poi ci sono le scuole professionali, c’è l’eccellenza scientifica dell’Università della Bicocca. C’è lo stesso Comune di Sesto, leader italiano della cogenerazione e del teleriscaldamento. C’è insomma, rappresentata in quel di Sesto, l’energia di tutte le sfaccettature. Proviamoci perciò, a partire dal salvataggio della Mangiarotti – non si gettano a mare le competenze – a comporre in un consorzio, “il patto di filiera”, tutte le aziende che, a Sesto oggi e nel Nord-Milano domani, operano appunto nel campo vasto dell’energia. Individuando, questo il cuore del progetto che offriamo, un livello superiore di servizio e “governance” per tutte queste aziende, che: promuova l’integrazione con gli istituti di formazione, definisca un piano di marketing territoriale, assicuri la partecipazione ai bandi per i finanziamenti, garantisca la stabilità occupazionale, individui progetti orizzontali da sviluppare in sinergia, orienti alla mission energia le aree tuttora dismesse, a partire dalle aree Falck. La forma della “governance” può essere quella della fondazione in cui si intreccino istituzioni, imprese, scuola. Dietro l’idea-forza c’è il concreto di poli tecnologici che, sempre a partire dal rovesciamento di casi di crisi, l’una di Abb-Trasformatori a Legnano, l’altra di Celestica nel vimercatese, abbiamo già costruito e avviato, solo pochi mesi fa, come assessorato al Lavoro della Provincia di Milano. Il Comune di Sesto ha assunto l’idea – partire dalla crisi della Mangiarotti per assorbirla appunto in un patto di filiera – così gli imprenditori, così le Rsu. Diamo gambe all’idea. Il futuro di Sesto è l’energia. Infine il sogno: è quello che, fra qualche tempo, ai confini della città possa apparire il cartello: “Sesto San Giovanni territorio deprecarizzato, della piena , buona, sicura occupazione”.
*responsabile nazionale Ufficio di Programma





