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Se lo scippatore è più pericoloso del grande evasore fiscale...

Incomincerà il: 01/03/2010 - 01/04/2010 in: TUTTITALIA

Marco Dal Toso*




I recenti fatti di cronaca lombarda e nazionale aventi rilevanza penale per reati commessi contro la Pubblica Amministrazione, ripropongono con forza il perverso intreccio che continua ad intercorrere fra mondo della politica ed affari. Spesso, purtroppo, in modo trasversale agli schieramenti politici.
La questione morale, già evocata da Enrico Berlinguer nella famosa intervista resa a “la Repubblica” nel 1981, continua ad essere la principale ragione di sfiducia della stragrande maggioranza dei cittadini di questo paese nei confronti della sua classe politica, dei partiti, e, quindi, delle sue istituzioni. Come noto, l’art 49 della Costituzione riconosce ai cittadini il diritto di “associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Il metodo deve essere democratico (dove valga per tutti di esprimere le proprie idee, la regola della maggioranza per le decisioni e sistemi di controllo interni al sistema dei partiti che consenta una maggiore selezione dei dirigenti chiamati a ricoprire importanti incarichi istituzionali), ma non esiste nel nostro ordinamento una legge applicativa di questo principio costituzionale.
Si pensi al sistema delle nomine “politiche” all’interno dei consigli di amministrazione nelle società partecipate. Il diritto, inoltre, non è neutro (Marx parlava, infatti, di diritto come epifenomeno) ma si inserisce direttamente nei rapporti di produzione e, dunque, nella lotta fra le classi. Se quanto delineato è, a grandi linee, il quadro generale non vi è dubbio che la questione giustizia è diventata nella lotta politica una cartina di tornasole per comprendere gli orientamenti autentici delle forze politiche in campo; la questione giustizia ha raccolto cioé nella sua sfera d’azione le pulsioni anche viscerali al rinnovamento della politica e delle classi dirigenti, quasi sempre con scarsi risultati.
La giustizia ha invaso il ruolo della politica e la politica anziché ridefinire le sue competenze e la sua autonomia, tenta a sua volta di entrare nel campo della giustizia per imbrigliarla o per sottometterla alle suggestioni di un partito trasversale strumentalmente garantista.
Il dibattito politico (lodo Alfano Bis, riforma dell’immunità parlamentare con proposte di legge provenienti anche dal centro-sinistra, legittimo impedimento, processo breve, riforma del Csm ecc) si è infatti polarizzato attorno ai temi opposti del garantismo e del giustizialismo con evidenti strumentalizzazioni delle forze in campo che hanno cancellato qualsiasi ragionamento equilibrato sul funzionamento della giustizia in uno stato di diritto. Riprenderà con certezza,dopo lo svolgimento delle elezioni regionali.
Negli anni di tangentopoli si è detto: assenza della politica e supplenza della magistratura. Oggi a ciascuno secondo le proprie funzioni (centralità legislativa dell’esecutivo in luogo del potere legislativo in verità) e rispetto spesso solo formale degli equilibri costituzionali fra i diversi poteri.
Ma cos’è il garantismo: garantismo è un principio dello Stato di diritto che si concretizza nell’esistenza di un insieme di garanzie, anche costituzionali, atte a tutelare le fondamentali libertà del singolo nei confronti del potere pubblico. Troppi, oggi, abusano di tale termine che esprime un fine nobile: quello di difendere le garanzie di tutti, indipendentemente dal colore, dalla razza, dalla religione. Deve essere però ricordato, soprattuttto ai garantisti dell’ultima ora, che il garantismo non può essere confuso con la strumentalizzazione delle regole processuali per fini che nulla hanno a che vedere con la giustizia. Difesa nel processo e non fuga dal processo.
Chi si è sempre battuto per un garantismo non a senso unico (penso alla migliore tradizione giuridica italiana da Luigi Ferraioli a Rodotà, ai lavori di riforma del codice penale compiuti dalla commissione Pisapia ma anche all’elaborazione di Md nel corso degli anni ’70) non deve avere remore a denunciare l’uso strumentale di questa categoria, teso alla tutela di interessi particolari o alla ricerca dell’impunità.
Cosa dire della norma transitoria introdotta recentemente nel disegno di legge sul processo breve che applica retoattivamente (solo per reati commessi anteriormente al 2006) la disciplina sull’estinzione del processo.
E infine: la sconfitta politico-culturale della sinistra si manifesta nel senso comune. Pensiamo all’idea del carcere e a quella di risocializzazione della pena. Spesso, infatti, nel giudizio popolare i reati contro il patrimonio privato (si pensi ad esempio che per un furto aggravato la pena astrattamente applicabile può arrivare ad un massimo di 10 anni di reclusione) sono considerati più gravi di quelli contro il patrimonio pubblico, l’ambiente, i lavoratori (infortuni e malattie sul lavoro); se lo scippatore è ritenuto dalla coscienza sociale più pericoloso del grande evasore fiscale (spesso condonato), il terreno è tortuoso e credo che l’idea alternativa che accomuna la Federazione della Sinistra e che ci unisce di società altra, diversa da quella capitalista, si debba misurare su questioni che non attengono solo alle astrazioni della filosofia del diritto, ma alla soluzione dei problemi concreti che sono sempre sottesi alle scelte di politica del diritto.

*responsabile commissione Giustizia Federazione Prc Milano
Coordinamento Fds Milano

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