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Il dibattito
Il dirigente di partito: né burocrate né sergente di ferro
Non sta in piedi la tesi secondo cui, conclusa la fase del capitalismo fordista, la classe operaia passa a miglior vita, per cui non ha senso organizzare politicamente un’entità inesistente, sepolta dalla storia. Certo, il lavoro è profondamente cambiato in conseguenza della rivoluzione tecnico-scientifica in atto. Certo, i lavoratori sono stati frantumanti e divisi per effetto della globalizzazione. Ma, a parte il fatto che, seppure messi in concorrenza tra di loro e diversamente dislocati nei processi produttivi e nei servizi, gli operai e i lavoratori dipendenti sono aumentati, ve lo immaginate un capitalismo che si autoriproduce per proprie intrinseche virtù, in assenza del lavoro da sfruttare? Sarebbe una clamorosa falsificazione della realtà di ogni giorno. La verità è che per seppellire l’operaio e il salariato bisognerebbe seppellire il capitalismo.
Gli operai e i lavoratori oggi non hanno alcun peso nel sistema politico non a causa di un’inesorabile “legge” oggettiva, ma per ragioni politiche. Perché globalmente il capitale ha imposto la sua dittatura sul lavoro. Perché, di conseguenza, in Italia la maggioranza del gruppo dirigente proveniente dal Pci ha optato per la centralità dell’impresa, considerando naturale la subordinazione del lavoro al capitale. Perché la minoranza di quel gruppo dirigente e altri gruppi di sinistra non sono riusciti a praticare un’alternativa forte e credibile, ripiegando infine nel passatismo o viceversa nella retorica minoritaria di un leaderismo fine a se stesso. E anche perché i movimenti sociali, pur rilevanti, hanno rifiutato il terreno dell’impegno politico, lasciando così campo libero ai poteri forti e al degrado della politica.
La nozione stessa di partito è stata talmente deformata e corrotta da generare un diffuso sentimento di rigetto soprattutto tra i giovani, che non hanno memoria delle conquiste pur significative del passato. Cosicché anche l’idea di una forza politica nuova, fondata sul lavoro, che dia respiro, prospettiva, possibilità di partecipare e di lottare a tutti coloro che vogliono cambiare lo stato delle cose presente, fa molta fatica ad affermarsi. Ma coloro che vogliono cambiare, per essere vincenti, non possono cedere alle false lusinghe dell’antipolitica e del qualunquismo, al contrario dovrebbero essi stessi appropriarsi di un’idea e di una pratica del partito politico completamente diverse da quelle attuali. Ciò che occorre è una rivoluzione nel sistema dei partiti: in caso contrario, la presa dei poteri forti dell’economia sulla società e sulla vita di tutti e di ciascuno si farà ancora più stretta e soffocante.
Se il punto di riferimento è la Costituzione, non si può continuare ad oscurare il fatto che nell’impianto costituzionale il partito politico costituisce l’architrave della democrazia, lo strumento della partecipazione e del cambiamento. E che questa concezione del partito apre le porte a quella rivoluzione oggi necessaria per salvare la democrazia e trasformare la società. In tale visione, il partito politico è una costruzione complessa, in cui si combinano il progetto di cambiamento della società e dello Stato, il radicamento sociale nel lavoro, il regime interno teso a sollecitare il massimo di partecipazione e di responsabilità. E poiché, nella storia della Repubblica democratica, un simile impianto del partito politico ha trovato l’espressione più elevata ed efficace nel «partito nuovo» fondato da Palmiro Togliatti, credo che quella esperienza andrebbe oggi con attenzione analizzata e criticamente rivisitata, alla luce di una crisi di sistema che investe contestualmente i fondamenti della democrazia e la struttura del capitalismo postnovecentesco.
Il «partito nuovo», nel pensiero e nella pratica politica di Togliatti, è lo strumento operativo di una strategia, ossia di un processo rivoluzionario che si compie per via democratica attraverso il protagonismo e la lotta delle masse. «Democrazia progressiva» e «partito nuovo» sono i due pilastri che sorreggono una visione della trasformazione del tutto originale e senza precedenti: l’espansione massima della democrazia come via del socialismo; il «partito nuovo» come soggetto politico al servizio di tale strategia. Quindi, la lotta per la trasformazione della società verso il socialismo si identifica nella lotta per l’applicazione della Costituzione, dei suoi principi di uguaglianza e libertà.
Se dunque, in questa impostazione del comunismo italiano indubbiamente innovativa rispetto ai comunismi e alle socialdemocrazie del Novecento, la politica priva di contenuto sociale perde di senso e si trasforma in deteriore tatticismo, per altro verso il partito politico della classe operaia e dei lavoratori non si sovrappone alla società per dominarla, né prefigura un modello totalitario dello Stato, ma si configura come «parte» che si confronta e lotta democraticamente con altre «parti» per poter svolgere una funzione dirigente nella società e nello Stato. Di conseguenza, il «partito nuovo» non è formato da ristrette avanguardie o da soli quadri professionali, ma è un partito di massa che fa asse sulla classe operaia e sui lavoratori, e al tempo stesso si radica nel territorio (una sezione in ogni campanile), aderisce a tutte le «pieghe della società», costruisce un vasto sistema di alleanze sociali e politiche allo scopo di creare nuovo blocco storico.
Una visione resa possibile dalle analisi di Antonio Gramsci e dalla sua teoria della funzione egemonica, da conquistare prima nella società civile e nell’organizzazione della cultura per poterla poi esercitare nello Stato, che capovolge gli schemi delle rivoluzioni condotte dall’alto con un atto giacobino o con la presa del Palazzo d’inverno. In Gramsci, come ha osservato Mario Tronti, è ben chiara la distinzione tra direzione e comando, tra orientamento e imposizione. E questa distinzione si applica al gruppo dirigente nei confronti del partito, al partito nei confronti dello Stato, allo Stato nei confronti della società.
L’egemonia è cosa ben diversa dalla dittatura, anzi è l’opposto della dittatura. L’egemonia implica un generale elevamento culturale delle masse: perciò il partito politico si configura come «intellettuale collettivo», e pertanto il dirigente non può essere né un burocrate né un sergente di ferro. Tanto meno un opportunista che vellica pulsioni prepolitiche plebee e populistiche, bensì uno «specialista più politico» che cerca di interpretare il corso degli eventi per poter dare ad essi, nelle condizioni date, uno sbocco di progresso.
Paolo Ciofi
Roma 18 aprile 2011





