Spunti di vista
Una terra "senza". Ma serve ricordare?
Fino al 7 marzo al Teatro Belli di Roma per la regia di Ivan Stefanutti lo spettacolo “La terra senza“. La storia è incentrata sul ritorno di Ludovico in Calabria, nella sua terra, che è poi la terra della 'ndrangheta (lo spettacolo sostiene l'associazione “Libera. Contro le mafie"), abbandonata in fretta e furia dopo l'omicidio di Antonio, ricordo di un'adolescenza semi-spensierata. Una fuga rapida dall'arroganza dei disonesti e dall'impotenza di poter agire e cambiare. Un ritorno sofferto per una terra sì bella e suggestiva ma dura, inospitale, difficile da vivere. Si torna e si trova quasi tutto come lo si era lasciato. Del resto, anche i pomodori sono sempre gli stessi, anno dopo anno, seminati e raccolti sono sempre uguali, senza distinzione nel tempo, senza miglioria. Tutto resta immutato, tutto resta uguale. Le stesse persiane socchiuse a spiare il suo cammino, lo stesso brusìo che accompagna come un'ombra i suoi passi stanchi nella visita al cimitero. Bravi i due protagonisti che portano in scena un testo - un plauso ad Anna Vinci - assai valido per intensità e bellezza, storie tartassate, martoriate nell'animo da morti assassine e rapporti diradati, sentimenti mai rivelati fino in fondo. I due protagonisti Ludovico e Rosa (Carlo greco e Gianna Paola Scaffidi) sono in contraddizione, si avversano in ripetizione, ma sono due facce della stessa medaglia, soffrono dello stesso sentimento, e non sanno confessarlo l'un con l'altra: lui silente con la morte nel cuore, lei ha passato il tempo a rassettare aspettando il suo ritorno. “Ma si può calcolare l'amore?” è la prima domanda dinanzi a cui ci troviamo: può il tempo, con tutte le sue ferite, con tutte le distrazioni obbligate della vita, con tutti i pensieri/problemi che ci invadono l'anima, cancellare o modificare un sentimento così forte? E se è vero che per tanti è più facile fuggire, partire, lasciare, bisogna pur riconoscere il coraggio di chi invece non parte, di chi non lascia, non fugge (Pasolini amava ripetere spesso che ci vuole coraggio a suicidarsi ma anche nel non-suicidarsi): ciascuno di noi porta con sé un bagaglio immenso, incalcolabile di storie, ricordi, pensieri, amori. E qui nasce la seconda domanda: “Serve ricordare?". La terra senza memoria, la terra senza futuro, la terra senza più nulla, perché poi si finisce per essere legati solo a ciò che si ha dentro, agli stessi ricordi che Ludovico ricerca e trova in una valigia nascosta nella sua stanza preferita della vecchia casa da vendere. In un ritorno pieno di amore non svelato, rivelato duramente, con sgarbe parole anche nei confronti di chi ha condiviso con lui l'adolescenza appassionante, unica e irripetibile per intensità, dolore e bellezza. Il ritorno come un metaforico riordino di se stesso e un ritrovamento della propria semplicità fatta di piccole sensazioni e malinconici ricordi, da cui non ci si vuole separare. E per Ludovico aprire quella valigia di ricordi significa riaccendere una vecchia luce, considerare un conto ancora aperto. E non importa se spesso si ritorna per morire nella terra dove si è nati, lui la morte la porta già dentro, e nel suo riappropriarsi dei ricordi la volontà di stare solo, di restare solo. Con il suo passato.





