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Il dibattito
Il partito politico come «democrazia che si organizza»
di Paolo Ciofi
La forma di un partito dipende dalla sua funzione. Come tutti sanno, nella Costituzione della Repubblica fondata sul lavoro, il partito politico, in quanto tramite tra istituzioni e società, libera associazione di donne e uomini «per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale», è l’architrave della democrazia. Se da questa fondamentale funzione i partiti derogano e subiscono una mutazione, la democrazia viene scossa nei suoi fondamenti, come stiamo vedendo in queste ore nello svolgersi confuso e imprevedibile degli eventi. Per altro verso, se nell’impianto costituzionale il partito politico è la «democrazia che si organizza» - secondo una felice espressione di uno dei padri costituenti - o se volete politica organizzata, comunque strumento che i lavoratori hanno a disposizione per la loro liberazione e farsi classe dirigente trasformando la società e lo Stato, allora non può trattarsi di un partito leaderistico.
Come la storia e la cronaca ampiamente documentano, un partito posto al servizio del leader sicuramente non stimola la partecipazione e il protagonismo, la formazione di gruppi dirigenti sulla base del libero confronto delle idee e dei risultati nel lavoro. Al contrario, tale partito semina conformismo e tende a sovrapporsi alla classe, alla società, allo Stato: l’opposto di ciò che la Costituzione prevede. E alla fine, da strumento di liberazione, si trasforma in strumento di oppressione. I guasti irreversibili prodotti dal cosiddetto culto della personalità nei regimi del «socialismo reale» parlano chiaro. Ma anche qui da noi non si scherza.
Sotto la spinta del partito del leader-proprietario, espressione estrema della dittatura del denaro che ha prodotto un maleodorante incesto di affarismo e politica, il lavoratore-cittadino è stato mediatizzato in cittadino aspirante proprietario, e il cittadino titolare di diritti declassato al ruolo di cliente. Il cliente chiede, il leader promette: la democrazia viene ridotta al semplice gioco del dare e dell’avere. In ogni caso, è il leader che gioca la partita, l’elettore sugli spalti può solo fischiare o applaudire. Ogni cinque anni va anche a votare, e se il leader lo concede può partecipare all’investitura del leader medesimo.
La mutazione genetica dei partiti e il logoramento della nostra democrazia è un processo che viene da lontano. «I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai Tv, alcuni grandi giornali». «I partiti hanno degenerato, e questa è l’origine dei mali d’Italia». E’ il giudizio di Enrico Berlinguer nella famosa intervista a Eugenio Scalfari del 28 luglio 1981.
Poi crolla il muro di Berlino ed esplode Tangentopoli: i partiti che avevano degenerato escono di scena. Da allora le cose sono cambiate, ma in peggio. E questo spiega perché politica e partiti sono caduti così in basso, come mai nel passato. Non sono cessate le pratiche spartitorie e l’assalto ai beni pubblici, al contrario. Tuttavia ad esse si sono aggiunte due novità di enorme portata, che hanno destabilizzato l’intero quadro costituzionale.
Il 26 gennaio 1994 il proprietario-capitalista Silvio Berlusconi con un messaggio di 9 minuti a reti unificate «scende in campo». In pochi mesi costruisce il suo personale partito, Forza Italia, mettendo al lavoro un gruppo di funzionari della sua società di pubblicità, Publitalia. Nasce il partito-impresa che vende con successo il suo prodotto, e il 28 marzo vince le elezioni. E’ il trionfo della ricchezza e della proprietà, cioè del capitale, che per farsi Stato si costituisce direttamente in partito e si compra la politica. Come disse l’avvocato Agnelli, per la prima volta l’impresa ha avuto un consenso di massa.
Sono passati 17 anni, e nel 2011 il proprietario-capitalista-premier Silvio Berlusconi, dopo avere usato per quasi un ventennio l’antipolitica per privatizzare la politica, si compra al mercato di Montecitorio alcuni deputati sfusi e impacchettati che gli consentono di mantenere in piedi il governo. E’ la conferma della potenza esorbitante del denaro, che insieme al possesso dei mezzi di comunicazione e di produzione, è diventato oggi lo strumento decisivo dell’agire politico. Come vogliamo chiamarla? Dittatura del capitale? Democrazia dei ricchi? In ogni caso la potenza del denaro oggi può tutto. Ha proprio ragione quel tal barbone di Treviri: «Tanto grande è la mia forza quanto grande è la forza del denaro. Ciò ch’io sono e posso non è (…) affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprami la più bella fra le donne. Dunque non sono brutto, in quanto l’effetto della bruttezza, il suo potere scoraggiante, è annullato dal denaro».
Sul fronte opposto, gli operai e i lavoratori dipendenti ed eterodiretti sono stati spossessati della politica. Intendo dire tutti coloro, stabili e precari, donne e uomini, autoctoni e migranti, giovani e anziani che portano al mercato le proprie attitudini fisiche e intellettuali in cambio di una remunerazione. Come forza sociale organizzata in forma politica, ossia in un partito moderno, autonomo e autorevole, i lavoratori dipendenti ed eterodiretti sono scomparsi nella Repubblica fondata sul lavoro: questa è la novità più sconvolgente della cosiddetta transizione italiana, da cui muovere per mettere con i piedi per terra la discussione sul partito politico e le sue forme. La vicenda della Fiat non ha bisogno di commenti in questa sede, e molti altri esempi si potrebbero fare, a cominciare dal tristemente famoso «pacchetto Treu».
Che il partito “leggero” del leader prenda forma sul versante del capitale, che si organizza per imporre la cultura d’impresa come cultura di governo, non desta sorpresa: dietro c’è la forza pesante del denaro. La vera anomalia consiste nel fatto che non esiste oggi un’organizzazione politica adeguata ed efficace degli operai e di tutti coloro che subiscono la dittatura del capitale nell’economia, nella società, in ogni aspetto della vita. Ma d’altra parte chi non possiede mezzi di produzione e di comunicazione, capitali e liquidità, non ha altra possibilità di liberarsi dallo stato di subordinazione in cui versa se non associandosi liberamente in partito politico. E solo a questa condizione i partiti possono riconquistare la dignità e la funzione che la Costituzione loro assegna.





