Home » Il dibattito » Cittadini si diventava attraverso la militanza

Il dibattito

Cittadini si diventava attraverso la militanza

di Michele Prospero

Con il vento minaccioso dell’antipolitica che ha sconvolto soggetti, spezzato memorie, infranto procedure, travolto organizzazioni pesanti, i partiti in Italia sono diventati degli oggetti estranei e in gran parte sconosciuti. Non si sono adattati, come altrove, alle sfide del tempo nuovo mutando organizzazione, progetto, radicamento. Sono stati spazzati via e ciò che oggi rimane delle antiche macchine è spesso un simulacro di partito. Nella vecchia Europa la crisi dei partiti è contingente. In Italia è strutturale.
Dopo le traumatiche congiunture degli anni ’90, i partiti tradizionali sono stati sostituiti da agenzie nuove, da surrogati di organizzazione che ormai, a quasi vent’anni di distanza dalla loro apparizione, non mostrano una grande vitalità nel tessuto sociale e non vantano una visibile capacità di istituzionalizzazione. Il solido impianto organizzativo dei partiti antichi si è sciolto e il liquido organismo che a intermittenza circonda capi senza macchina e senza un seguito mobilitato con gli schemi della appartenenza di massa non riesce a durare con apprezzabili impianti di elaborazione e decisione.
L’iperdemocrazia della selezione competitiva del capo, celebrata come efficace antidoto alla democrazia acefala dei partiti dileguati, indebolisce ancor più i partiti e produce effetti del tutto disfunzionali nella esperienza del governo parlamentare. Un capo alla testa di una amministrazione locale o regionale, magari al riparo da ogni vita associativa strutturata, può trionfare nel territorio, allestire con il monopolio del potere una propria macchina elettorale e proporsi come il possibile candidato premier. Il potere di persuasione che un sindaco o un governatore è in grado di esercitare sul ceto politico locale oggi è assai più consistente delle flebili invocazioni provenienti da un centro percepito come molto lontano e privo di strumenti coercitivi di dissuasione.
Nelle periferie maturano tanti meccanismi di potere pulviscolari che si riproducono senza alcun rapporto con il centro o progetto politico unitario. La sofferenza e le battute d’arresto che l’opera di ricostruzione del partito incontra, ridanno fiato alle illusioni della scorciatoia carismatica. Forte è l’illusione di affidare la rinascita a politici dell’immagine e dell’affabulazione. Le seduzioni carismatiche che oggi riaffiorano anche nelle culture più radicali e nella ubriacatura per le primarie (in un sistema parlamentare che non elegge alcun premier) imboccano i sentieri già interrotti di una fiacca politica dell’immagine e dell’affabulazione.
Tornare a ragionare in termini di partito non è perciò un velleitario esercizio di nostalgia ma la risposta più efficace al pendolo tra ciclo populista e bonaccia trasformista che si riaccende sovente nel sistema politico italiano. Anche in democrazie mature servono partiti come raccoglitori del consenso, come sorveglianti della indispensabile coesione parlamentare, come strutture di potere in grado di gestire la macchina pubblica, come soggetti collettivi portatori di identità. Con il loro operato nelle pieghe del sociale, i partiti rappresentano gli interessi, filtrano le opinioni, elaborano progetti, riducono la complessità. Senza rinunciare alle novità tecniche, alle necessità di una comunicazione politica specializzata, i partiti europei non conoscono una paralizzante deriva mediatica e leaderistica all’insegna di una imperante democrazia del pubblico che inghiotte i grandi temi del conflitto sulle finalità collettive nel piccolo tornante delle personali qualità di un capo affabulatore.
L’Italia con il suo leaderismo e con l’ossessione di rinvenire ovunque capi con la narrazione facile è in aperta controtendenza (rispetto alla vecchia Europa, non nei confronti di analoghe manifestazioni visibili nell’ex mondo comunista). Dopo il secolo del parlamento e della mediazione atomistica e il secolo dei partiti e della mediazione collettiva, ora si apre il tempo dell’opinione pubblica incantata da aspiranti capi portatori di favole belle e attorniata dai movimenti cognitivi sostenuti dai media vecchi e nuovi nell’illusione di una democrazia deliberativa ormai alle porte dopo la fine di ogni salda contraddizione. Si tratta di un nuovo senso comune che alimenta una tendenza forte e minacciosa che conduce spesso al trionfo dell’antipolitica.
Un moderno partito deve essere a più strati. Deve esprimere una sua cultura politica, non può darla in appalto ad insidiosi media amici che ne definiscono da tempo l’agenda, il sentire diffuso e persino la leadership. Deve formare attorno alla leadership, oltre alla componente dell’èlite politico-parlamentare, un gruppo dirigente coeso e responsabile di un progetto comune di innovazione. Dopo un ventennio di deliberato indebolimento della forza coesiva dei partiti, ridotti a meri fenomeni elettorali o a procedura istituzionalizzata per il mercato del voto, si pone il problema di arginare i variegati fenomeni di segmentazione, di localismo attraverso la ricostruzione di una unitaria logica di partito. Un ritrovato partito definisce una politica organizzata con soggetti provvisti di radicamento e cultura politica e quindi attrezzati a riproporre la funzione storica della mediazione tra Stato e società.
E’ stato come militanti che si è diventati cittadini. Ed è stato come lavoratore cosciente di un differenziale di potenza sociale da colmare con la lotta politica che la massa è entrata nella sfera della pubblicità. Il partito di massa ha costruito un intreccio fertile tra classe e popolo (tramite la sezione territoriale assumeva compiti di mobilitazione più ampi di quelli spettanti alla cellula aziendale: dall’economia il partito era indotto a occuparsi della politica e oltre all’impresa lambire lo Stato) e ha gettato delle ancore solide per arginare nel sociale spinte particolaristiche e fattori di aperta disgregazione. Il partito è stato il principale artefice di una società civile che, partendo dalla lotta per la soddisfazione dei bisogni, edificava grandi soggettività e agganciava in un modo inedito politica e cultura.
La società civile, depurata dal sistema dei bisogni e descritta come luogo dell’attivismo cognitivo di ceti lontani dalla preoccupazioni della produzione materiale e attratti dal desiderio o dalla fruizione estetica, viene contrapposta ai partiti visti invece come delle incomprensibili macchine portatrici di domande tradizionali ormai senza più senso. Nel laboratorio europeo la realtà di partito è in crisi rispetto all’età d’oro del partito di massa ma non si riscontra il trionfo di una alternativa della società civile al dominio dei partiti prevista dai teorici del postmoderno come un ineluttabile e liberatorio destino. Si rinviene anzi una persistenza di legami ideologici e reticoli organizzativi in sistemi che proprio per la sopravvivenza magari camaleontica del partito riescono a porre argini ai fenomeni del populismo e della seduzione carismatica. Nessun’altra organizzazione della società civile può assumere i compiti multifunzionali svolti dai partiti per oliare i dispositivi della rappresentanza e bloccare le tendenze all’atomismo sociale proprie della società dei consumi e della merce come forma dominante di ogni relazione.

in data:23/04/2011

Cerca in Stile Casa

Multimedia

  • video

    Patroni Griffi e gli inquilini senza titolo

  • foto

  • video

    La conferenza stampa di Liberazione alla Camera

I nostri Blog