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«Il Giorno del Ringraziamento può fare a meno del suo tacchino»
Intervista a Jonathan Safran Foer. Scrittore e vegetariano, autore di “Se niente importa"
«Non ne facciamo una questione di identità, di valori o cose del genere. Cambiare la propria alimentazione, e soprattutto smettere di mangiare la carne, non è come girare un interruttore, passare dalla posizione del “si” a quella del “no”. Ricordiamoci tutti che tra sei ore ci sarà un nuovo pasto e se non ce la faremo questa volta, potremo riprovarci la volta dopo...».
Per scrivere Se niente importa, il suo ultimo libro che ha per sottotitolo “Perché mangiamo gli animali?” (Guanda, pp. 368, euro 18.00), Jonathan Safran Foer si è introdotto di notte negli allevamenti intensivi di bestiame, ha intervistato contadini e allevatori, animalisti e medici, ha spulciato statistiche e ricerche ma, soprattutto, si è tenuto ben lontano dalle bistecche. In realtà lo scrittore - che è nato a Washington nel 1977 e vive da anni a New York e è considerato uno dei maggiori protagonisti della letteratura statunitense contemporanea - ha scelto di abbandonare la carne ben prima dei tre anni che ha dedicato alla stesura di questo volume che rappresenta piuttosto il punto d’arrivo di una ricerca interiore scandita dall’analisi del rapporto tra il cibo e la nostra cultura, i suoi simboli e le sue tradizioni e convenzioni sociali. In Se niente importa Safran Foer racconta così il dialogo con sua nonna, sopravvissuta all’Olocausto, che malgrado rischiasse di morire di fame rifiutò di mangiare un pezzo di carne che le offriva un contadino russo mosso a pietà per le sue condizioni. Rifiutò perché si trattava di maiale, quindi «non era kosher». «Ma neppure per salvarti la vita?», le chiese il piccolo Jonathan, colpito dal racconto. E la risposta della nonna fu quella che torna oggi a illuminare il nuovo capitolo dell’opera dello scrittore: «Se niente importa, non c’è niente da salvare». «La decisione di non mangiare gli animali è necessaria per me - scrive oggi Safarn Foer -, ma è anche circoscritta e personale. E’ un impegno preso nel contesto della mia vita, non di quella di qualcun altro». Detto questo, è però evidente come «l’allevamento è condizionato non soltanto dalle scelte alimentari, ma anche da quelle politiche (...) Ma quanto sono disposto a promuovere le mie scelte e i miei punti di vista sulle alternative zootecniche migliori?».
Alla base dell’idea di scrivere “Se niente importa” c’è la sua decisione di non mangiare più carne. Come ha maturato questa scelta?
Personalmente c’ho messo venticinque anni a diventare vegetariano. MI sono reso conto che cambiare il modo in cui ci avviciniamo al cibo, e soprattutto cambiare cosa mangiamo, rappresenta un processo lungo e difficile. Tanto più che si tratta di cose legate strettamente con ciò che chiamiamo emozioni. E’ facilissimo passare da una macchina a benzina a una a motore ibrido, ma decidere di smettere di mangiare la carne è davvero difficile. Eppure, proprio per la difesa dell’ambiente e per migliorare l’aria che respiriamo conta molto di più che diminuiscano gli allevamenti industriali di animali, piuttosto che si riducano il numero di Suv in circolazione. Da questo possiamo dire che potrà dipendere il futuro del mondo, eppure non a tutti sembra essere chiaro.
Tra le reazioni che il libro ha suscitato quando è uscito negli Stati Uniti ci sono quelle di chi si è detto pronto a“convertirsi”, rinunciando alla carne. Cosa ne pensa?
Questo libro non è pensato per convertire qualcuno, perché almeno sulla carta la pensiamo tutti alla stessa maniera. Credo che nessuno voglia mangiare la carne prodotta in maniera assurda dall’industria zootecnica, somministrando antibiotici agli animali, facendoli vivere in condizioni igieniche schifose o magari torturandoli. Certo, se aveste visitato i posti dove i polli ingrassano in mezzo ai pulcini morti e schiacciati e vengono nutriti di robaccia chimica e medicine, forse sareste più propensi a diventare vegeteriani. Quindi, anche al di là dell’attrice Natalie Portman che ha spiegato pubblicamente di aver deciso di diventare vegana dopo aver letto Se niente importa, mi auguro che quanto ho descritto possa aiutare a far comprendere l’entità di questo problema. Ma si tratta di un passo importante che ciascuno deve affrontare per suo conto e non certo per motici ideologici.
Mangiare la carne è spesso legato a elementi culturali o simbolici. Nel libro nei racconta di come questo aspetto sia stato vissuto nella sua famiglia. Ma come immaginare il Giorno del Ringraziamento senza il famoso tacchino?
Io ci sono riuscito, come effettivamente racconto nel libro: ho festeggiato il Giorno del Ringraziamento senza tacchino. Non solo, ne ho anche discusso con la mia famiglia, ne abbiamo parlato proprio per cercare di capire se le cose che avevamo portato in tavola al posto della carne erano dei simboli altrettanto efficaci per esprimere quella riflessione che c’è dietro a questa giornata di festa negi Stati Uniti. Comunque, condivido questo quesito: è chiaro che c’è una sorta di problema culturale da affrontare quando si parla dell’uso di alcuni cibi, e soprattutto della carne, sia nella vita quotidiana che in feste o ricorrenze particolari. E’ ovvio che smettere di consumare questi cibi in occasione di una festa può apparire come una perdita, ma al posto di ciò che hai eliminato finisci per mettere un valore in più. In questo senso la “perdita” della carne è più che compensata dalla riflessione culturale con cui accompagni questa scelta.
Lei parla spesso del suo lavoro di scrittore come del mestiere di “raccontare storie”, in quale modo questo filo narrativo lega “Se niente importa” “Molto forte, incredibilmente vicino” e a “Ogni cosa è illuminata”?
Dal punto di vista di quello che si potrebbe definire come “processo creativo”, è come se il centrometrista si fosse fatto nuotatore, nel senso che quest’ultimo libro ha rappresentato un’esperienza completamente diversa rispetto a quelle precedenti. Perciò non ho potuto affidarmi a quanto avevo imparato, e già sperimentato, nello scrivere gli altri due libri. Quanto alle tematiche evocate, invece, credo di aver proseguito sempre nel medesimo percorso. Quali sono alla fine i temi al centro di “Se niente importa”? Gli stessi che avevo già affrontato in passato: soprattuto l’importanza di comunicare delle storie difficili da raccontare e la trasmissione di un retaggio culturale, vale a dire valori e memoria.





