Home » 35 mm di dimensione artistica » Gli Oscar e la videoartista iraniana Sherin Neshat
35 mm di dimensione artistica
Gli Oscar e la videoartista iraniana Sherin Neshat
Bigelow-Cameron 6-3, gioco, partita, incontro
Lady Oscar trionfa su Avatar in un verdetto epocale
di Boris Sollazzo
Anni fa bastava accendere il televideo la mattina presto per sapere chi avesse vinto gli Oscar. Ora internet riduce gli sforzi, portandoti con un link dal motore di ricerca all'informazione richiesta. E così è sempre più incomprensibile come 40 milioni di persone (solo in Nord America, e diverse altre decine fuori) si sorbiscano, chi scrive compreso, tre ore e mezza soporifere, inframmezzate da trailer, umorismo stantio e scenografie che, quest'anno, facevano rimpiangere Sanremo. La crisi da diversi anni siede nella prima fila del Kodak Theatre, niente di strano, ma il 2010- l'82^ edizione- si è contraddistino per la sua essenzialità, dai 45 secondi per ogni discorso di ringraziamento (il solo Bridges ha sforato) al doppio sorprendente Oscar a Kathryn Bigelow (di sei ricevuti dal suo film: anche sceneggiatura, montaggio e i due "sonori"), consegnato quasi in sordina: il miglior film è stato proclamato da Barbara Streisand subito dopo la miglior regia, non dando il tempo all'amazzone di San Carlos neanche di riprendersi dalla commozione evidente che le scuoteva il corpo scultoreo per la prima statuetta. Lei, dura e pura, emozionata e incredula, ha dato vita alla reazione più emotiva e vera di tutta la serata. Forse perchè sapeva d'aver scoperchiato un vaso di Pandora- nessun ironia sul pianeta di Avatar inventato dal suo ex marito, il grande sconfitto della serata- e di aver dato vita, forse, all'Oscar (e al cinema) della nuova era. Proprio come James ha fatto col suo 3D.
"Il tempo è giunto" ha esclamato la cantante che ha consegnato il premio, e lo faceva con l'orgoglio femminile e artistico di chi vede la prima donna portare a casa questi due Oscar. Un'altra piccola barriera del maschilismo abbattuta dal talento di una cineasta intelligentissima e capace che ha saputo entrare nel cuore del pubblico e dei critici con cult movie soprattutto maschili: Point Break, Strange Days e Hurt Locker. Con sciovinismo d'accatto, molti sostenevano che i ruoli della (ex) coppia James Cameron-Kathryn Bigelow (due anni insieme, poi il Titanic fece affondare il loro matrimonio) fossero invertiti: lui alla ricerca di storie drammatiche e un pò melense, buonista ed epico, lei controversa e ruvida, sempre sul filo di un nichilismo che la fa assomigliare a Milus. Lui catartico, lei spesso spiazzante (pensate al finale di Point Break, al sottotesto della trama di Strange Days, all'inizio paranoico di Hurt Locker). Lui con Avatar (tre premi tecnici, tra cui la fotografia dell'italiano Fiore) cerca un pianeta ideale, ci offre una favola d'integrazione e ambientalismo, un'utopia distrutta dall'uomo, lei dell'uomo ne veste i panni più scomodi. Quelli di giovani soldati americani in Iraq, un corpo scelto di artificieri (Hurt Locker è, letteralmente, la scatola del dolore, quella delle bombe appunto). E nella prima mezz'ora siamo ai piedi di un'autobomba, la macchina da presa è con i soldati, siamo assediati dal terrore che questi invasori vivono. Un bambino, un vecchio, una donna: tutti potrebbero essere kamikaze. Kathryn non ha pietà per lo spettatore: porta la tensione così in alto che in sala qualcuno potrebbe chiedere un mitra, per spazzare via quel potenziale pericolo. Disorienta la Bigelow: le hanno dato (anche chi scrive, all'inizio) della guerrafondaia, per un finale (troppo) politicamente scorretto. Ma il corpo del film fa della violenza il viatico per un messaggio pacifista, di comprensione umana. Altro che la Storia ripensata e corretta di Quentin Tarantino (solo una statuetta, quella per il non protagonista Cristoph Waltz), i consolatori Crazy Heart (due: canzone e protagonista, Jeff Bridges) e The Blind Side (uno per la protagonista Sandra Bullock). Se si esclude Up, che comunque nel suo genere è "diverso" e che porta a casa due statuette (colonna sonora e miglior film d'animazione), a vincere è il cinema bello, sporco e cattivo. E indipendente davvero.
Hurt Locker è uscito in Italia ad ottobre 2008, dopo il festival di Venezia che non lo premiò, ma in America ci riuscì solo a giugno totalizzando, a fatica, 18 milioni di euro (15 di budget). Un indipendente invisibile, quindi, l'Oscar fa quasi una scelta da Festival, altro che il furbissimo Danny Boyle di The Millionaire. A cui, forse, si avvicina Precious di Lee Daniels (10 di budget), l'altro vincitore della serata (sceneggiatura e la non protagonista Mo'nique) che ci racconta di una minorenne obesa, abusata in famiglia, analfabeta, emarginata. Una che farebbe sembrare le protagoniste di Von Trier felici e fortunate. Una foto dell'America profonda, anzi che sprofonda. L'Oscar volta le spalle alle major (il percorso è iniziato anni fa, con Crash) e guarda dentro il suo paese ferito. E feroce.
Shirin Neshat:«Perché il governo iraniano ha così paura degli artisti»
di Davide Turrini
Al polso sinistro cinque braccialetti di gomma verde, simbolo della protesta contro l’attuale dittatura iraniana. Appeso al collo, ed appoggiato sul petto, un magnifico collier con più pendenti dorati e paralleli disposti a raggiera. La regista, video artista, fotografa iraniana Shirin Neshat, cinquantatre anni di cui gli ultimi trentasei passati lontani dall’Iran, ha accompagnato con delicatezza e garbo in un fitto tour italiano, l’anteprima del suo film d’esordio Donne senza uomini (da venerdì prossimo in sala): pellicola che all’ultimo festival di Venezia ha ricevuto il leone d’oro per la miglior regia. Ambientato nell’Iran del ’53, Donne senza uomini si situa alla vigilia del colpo di stato organizzato dalla Cia per destituire il primo ministro Mossadeq, reo di aver nazionalizzato il petrolio persiano su cui avevano posto le zampacce i soliti ingordi statunitensi e inglesi dai carburatori e dal riscaldamento facile. Neshat ha così imbastito un racconto a quattro voci e corpi femminili di diversa estrazione sociale che hanno vissuto, chi tangenzialmente chi in prima persona, gli eventi politici di quei giorni febbrili, proprio come nel libro scritto nel 1990 dall’iraniana Shahrnush Parsipur. “E’ una delle scrittrici più importanti della recente letteratura iraniana”, racconta Neshat, “ma è anche la donna che ha subito più sofferenze di chiunque io conosca: in prigione a Teheran per cinque anni, separata a forza dal figlio, lasciata in miseria. L’ho ammirata per la lotta tenace che ha portato avanti e per le somiglianze con la mia modalità di concettualizzazione dell’arte: dualismo, opposizione, dinamica tra interno ed esterno, tra politica e realismo mistico. La sua storia mi ha permesso di concentrarmi sulle donne iraniane e contemporaneamente sulla situazione dell’Iran come paese, facendomi rendere conto che quello che queste donne desiderano è quello che desiderano la maggior parte degli iraniani: libertà, democrazia, indipendenza”. Una contrapposizione concettuale che già nel lavoro della video artista iraniana si era sviluppata in opere fotografiche e videoinstallazioni dai forti connotati figurativi oppositivi: “Questo dualismo è la parte essenziale del mio approccio all’arte. Fa parte della mia personalità che è contemporaneamente conscia della fragilità e delle contraddizioni che mi abitano: il buono e il cattivo, punti forti e punti deboli. In me è presente il confine tra oriente e occidente. Sono diventata adulta a New York, ma ho le mie radici di donna in Iran. Già con molti miei lavori non cinematografici - Women of Allah o Rapture – ho cercato di rappresentare visivamente queste mie contraddizioni. Poi ho deciso che il cinema, una forma d’arte più vicina alla cultura popolare, mi avrebbe portato ancor più vicino al pubblico. Avrei potuto esplorare ancor di più il mio sentirmi “attivista” nello sviscerare un contenuto politico e trasmetterlo alle persone”. Un’impresa complessa dai risultati davvero intriganti, che ha richiesto un lavoro non solo sull’immagine, ma anche sull’aspetto prettamente narratologico: “Con questo film ho cercato semplicemente di trovare un mio linguaggio di narrazione di storie, cercando di fondere la mia estetica con il linguaggio filmico. L’aspetto più semplice è stato quello visivo, il più difficile la scrittura. Venendo dalla videoarte e dalla fotografia, dove i personaggi ritratti non avevano una loro identità sviluppata nello spazio e nel tempo ma assumevano un senso sociologico più ampio nella fissità della loro raffigurazione, ho dovuto affrontare il loro sviluppo psicologico tentando di suscitare una vicinanza con lo spettatore”. Una preparazione dettagliata, soprattutto sugli eventi sociali raccontati, per un film sulla storia dell’Iran che si è potuto girare, vista la censura dell’attuale governo, solo in Marocco: “Chi nasce in Iran ha la politica come elemento fondante del proprio lessico personale. Mi piacerebbe che un giorno questa ossessione potesse avere fine, ma la politica ha definito drasticamente la nostra vita, il nostro passato e sta definendo fortemente il nostro futuro. Fa parte intrinsecamente di noi. In Iran quasi tutti hanno avuto problematiche legate alla politica: esilio, familiari gettati in prigione, arresti. Non passa giorno che il governo non imponga nuove regole sulla circolazione fisica delle persone e delle loro idee. Siamo molto vulnerabili da questo punto di vista. Ma credo che proprio per questo gli artisti iraniani non possono concedersi il lusso di distaccarsi dalla dimensione politica della quotidianità. Chi vive in Iran, ed è un artista, deve affrontare la censura, l’arresto, la mancanza di permessi per fare proprio lavoro. Chi invece sceglie la strada dell’esilio si sente ospite in un paese straniero, non può più avere contatti con la propria famiglia, gli viene negato diritto fondamentale di ritornare nel suo luogo natale. Però questo significa che le persone di grande creatività e immaginazione, per l’attuale governo iraniano, rappresentano un problema: sanno parlare alle gente e scuotono le coscienze. Jafar Panahi, il regista arrestato una settimana fa, è rimasto vittima di questo “trattamento” proprio perché è un grande narratore che sa parlare agli iraniani. Contiamo moltissimo, ma corriamo anche rischi enormi. Mi chiedo se in Occidente gli artisti godano della stessa importanza e se la loro voce ha lo stesso valore”.





