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Il dibattito

«Leadership carismatica? Per la sinistra una scorciatoia»

Intervista a Giovanni De Luna di Vittorio Bonanni

Mito del partito leggero, una politica personalistica spesso legata ad un modello bipolare che in Italia in realtà ha faticato a farsi strada e che offusca i reali obiettivi di un partito mettendone in secondo piano il suo programma politico. La necessità di rivalutare dunque un modello di partito novecentesco sia pure con le modifiche necessarie legate allo scorrere del tempo. Questi temi Liberazione ha affrontato in queste ultime settimane con alcuni interventi ed interviste. Un dibattito che continua e che questa volta ha coinvolto anche Giovanni De Luna, docente di Storia contemporanea all’Università di Torino, collaboratore de La Stampa e più volte interlocutore del nostro giornale. L’ex militante di Lotta Continua, sulla cui esperienza De Luna scrisse nel 2009 un interessante libro, vede la questione in modo un po’ diverso: «Io partirei innanzitutto da due considerazioni - dice lo storico - la prima riguarda il suicidio dei partiti politici, che io chiamerei però una forma di eutanasia perché questi non rispondevano più alle condizioni storiche da cui erano stati formati. Il mio in questo senso è un atteggiamento quasi constatativo. Cioè la fine di quei partiti è il sintomo della fine di una fase storica. La loro scomparsa è stata un po’ una conseguenza di questa fine. Non do quindi alcun giudizio di valore e tanto meno ho una qualche forma di rimpianto. Semplicemente è così. Non può essere considerato dunque un problema impersonificato da Veltroni piuttosto che da Bertinotti. Questa sarebbe una raffigurazione caricaturale dei processi storici. Semplicemente è venuta a mancare l’acqua in cui i pesci nuotavano e i pesci erano le forme partito così come erano nate nel Novecento. E l’acqua, cioè i presupposti che avevano favorito quegli eventi, erano la fabbrica fordista, una certa organizzazione del lavoro, uno Stato potente. L’appannarsi della forza dello Stato, il fatto che questo abbia ceduto quote della sua sovranità verso il basso, verso un territorio sempre più etnicamente caratterizzato; e verso l’alto nei confronti della globalizzazione, ha svuotato conseguentemente di senso quella forma partito».

Un processo ineluttabile?
Direi di sì, senza farla troppo lunga. La morte di quei partiti è stata causata dalla Storia. Così mi pongo professionalmente nei riguardi di questi eventi. Poi c’è l’approccio personale e capisco ci possa essere un elemento di nostalgia, di rimpianto, un lutto da elaborare. Tutte cose che capisco benissimo ma che però non mi appartengono. Io la messa in discussione della forma-partito l’avevo vissuta nel 1976 con l’esperienza di Lotta Continua. Molti anni prima dell’89 e molti anni prima della diaspora comunista. E dunque con molto più tempo appunto per elaborare questo lutto. Aggiungendo poi che la mia esperienza si è svolta in un contesto in cui la forma-partito non è mai stata vissuta con la stessa di intensità di altre esperienze e dove nel binomio spontaneità-organizzazione è stato privilegiato il primo aspetto nei riguardi dell’altro.

Resta il fatto evidente che a sinistra non si riesce a farsi coinvolgere dai grandi eventi sociali e culturali che pure non mancano. A Torino in particolare dove lei vive...
Rispetto al passato mi ritrovo ad avere un atteggiamento quasi asettico. Per quanto riguarda il presente al contrario non ci si può non porre il problema. E a proposito di Torino voglio ricordare quello che è successo in questi primi tre mesi del 2011: prima la vicenda Mirafiori con il referendum sull’accordo separato; poi la manifestazione, che si è tenuta in tutta Italia, del 13 febbraio “Se non ora quando” e poi ancora le recenti iniziative sull’Unità d’Italia. Nel primo caso mi ha colpito la grande consapevolezza dei lavoratori. Sia quelli che hanno votato sì, sia quelli che hanno votato no, conoscevano i termini dell’accordo alla perfezione, meglio dei sindacalisti e dei giornalisti. Quello che è venuto fuori è qualcosa di inedito rispetto allo scenario degli ultimi dieci anni. E’ riemersa la forza delle materialità della condizione operaia come elemento di riferimento. E poi le piazze del “Se non ora quando”, un movimento che non aveva nessun legame con i partiti, con una identità molto molto forte. Con i politici che si aggiravano nel corteo ignorati o scavalcati. E impressionante è stata anche la mobilitazione per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, con una folla aperta, inclusiva. Gente però senza visibilità politica. Quello che non si capisce bene è come questi elementi che stanno emergendo possono essere canalizzati verso un tipo di rappresentanza politica in grado veramente di farli propri senza cambiarne gli umori profondi. Questo è il nodo e questo è l’interrogativo. Come garantire continuità a questo tipo di mobilitazione? Come dare una forma politica a questo magma? E chi riesce a diventare un interlocutore credibile? Francamente in questo momento non ne vedo molti in quella direzione. E in questo caso non credo sia un problema di partito leggero o di partito pesante, è un problema proprio di riformulare un progetto politico e sociale post- novecentesco che si renda conto che tutte le categorie, come Lavoro con la “l” maiuscola, Stato con la “s” maiuscola, Politica e Partito con la “p” maiuscola, insomma tutti questi monoliti del 900 non ci sono più e quindi abbia il coraggio di una nuova rotta, di una nuova mappa per navigare in un oceano che noi non conosciamo.

Se non è, secondo lei, un problema di partito pesante o leggero come si deve procedere?
Bisogna decifrare questi segnali cercando di capire queste sequenze che cosa ci indicano. Non credo si possa andare molto oltre questo. Non dimentichiamo che solo poco tempo fa gli operai avevano fatto notizia solo perché erano morti carbonizzati. Ora invece con quello che è successo a Mirafiori le cose sono cambiate e gli operai non sono più delle vittime. Insomma qualcosa di nuovo sta capitando. Come questo poi condizionerà la politica e i partiti non lo so. Credo che una grande occasione ci sia stata all’inizio degli anni ’90, con la vittoria dei sindaci di sinistra a Palermo, Catania, Venezia, Roma, Torino, Napoli. Erano tutti diversissimi tra di loro, avevano storie diverse, eppure in quel momento lì avevano costruito un rapporto virtuoso con il territorio con la costruzione di un grande consenso. Poi quell’occasione lì si perse e il territorio è diventato l’acqua dove nuota la Lega, con tutto quello che è successo e sappiamo. Però credo che una riflessione sul ’93 possa essere utile in questa fase.

Non crede che quell’occasione persa sia stata tale perché era troppo incentrata su delle figure carismatiche e troppo poco su dei programmi?
Queste esperienze che abbiamo citato sono state tutte delegittimate dal centro. Nelle trattative per il governo Prodi i sindaci delle varie città venivano scambiati come le figurine dei calciatori. Quando nel 2006 è stato varato il governo Prodi, Mastella si presentò da Bassolino, che certo non aveva bisogno di lui per governare la regione, il quale forte di un accordo con Fassino dichiarò di aver bisogno della presidenza dell’Assemblea regionale e di due assessorati. Questa ventata di novità doveva essere aiutata con una rottura politica e non alimentando la continuità. E questo fatto non c’è stato. Altro che partito leggero! I partiti sono stati molto invasivi rispetto ai territori.

Insomma per lei il partito leggero non è stato un problema?
Credo che di fatto non sia mai esistito e si tratta in fondo di un artificio retorico. Anche il rapporto con il territorio in realtà non è mai venuto meno. Che cosa è mancato invece? E’ mancata una costruzione culturale del territorio. Quello del Pci era la fabbrica, per quelli dei no-tav è la Val di Susa. E in questo senso il partito leggero io non l’ho mai visto. Ho sempre visto un partito pesante che aveva una costituzione culturale del territorio molto centralizzata.

Resta il fatto che negli ultimi venti anni la personalizzazione della politica è diventata un ostacolo per realizzare un programma di sinistra. O no?
Certamente non lo ritengo un ostacolo. Mi sento di dire serenamente che si tratta invece di una scorciatoia. Cioè non risolve il problema. La leadership carismatica può anche funzionare ma non è la soluzione. In momenti estremi di difficoltà tu puoi chiedere ad una persona di supplire a delle carenze, ma alla lunga tutto questo non può reggere e non può essere la soluzione. Come dicevo si tratta di una scorciatoia rispetto a questa fase che stiamo vivendo.

Che cosa pensa delle fabbriche di Nichi? Una risorsa o un problema?
Premetto che non so neanche in che cosa consistano esattamente. La mia paura è che possano risultare degli elementi di cooptazione di un ceto politico molto tradizionale, quasi clonato dall’alto. Se sono questa cosa no, certamente, non mi piacciono. Se sono invece un modo per selezionare la classe politica con percorsi di identificazione diversi da quelli sperimentati finora allora sono molto favorevole.

in data:23/04/2011

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