MONDO
«Ci guariscono a forza di stupri, ma io resto qui»
L’erba è alta sul di rugby di Kusumba Square. “Bighi” lo attraversa scansando le zolle infangate dopo la pioggia. Ha da poco finito di giocare, si è fatta una doccia, ha smesso la divisa della squadra e ci viene incontro con gli inseparabili jeans, maglietta gialla e berretto mimetico da cui spuntano dreadlocks sottili che le toccano il collo. E’ muscolosa e non molto alta.
A differenza di altre lesbiche di Kampala “Bighi” non si nasconde. Per prima cosa ti porge il bigliettino da vista su cui è scritto: Warry Ssenfuka, manager finanziaria e amministrativa di “Freedom and Roam Uganda”, organizzazione femminile per i diritti di gay ed Lbtq.
Ci sediamo sugli spalti semivuoti. Bighi ti guarda dritto negli occhi, con l’aria vissuta di chi ha raccolto, a soli 26 anni, già abbastanza sfide. Come l’essere gay in un paese il cui parlamento si accinge a discutere in questi giorni una legge che inasprisce le pene per il “reato” di omosessualità, già contemplato dall’ordinamento e che propone l’introduzione della pena di morte per i casi di “omosessualità aggravata”.
Il campo da rugby è una seconda casa per Bighi, che ha voglia di far sapere com’è la vita degli omosessuali in Uganda. «Essere gay qui richiede coraggio. Il coraggio di essere te stessa. Per anni mi sono nascosta. Poi, a 21 anni, mi sono avvicinata al rugby. Giocare mi ha dato la forza di venire allo scoperto. All’epoca mi misi insieme alla capitana dell’altra squadra femminile. Ti puoi immaginare. Volevano cacciarci fuori, mi accusarono di portare il lesbismo nel club, come se volessi venire qui a convertire le donne. Io però sono andata per la mia strada. Il management della squadra mi mandò a chiamare per dirmi che nessuno mi avrebbe toccata a patto di non mancare di rispetto al club. Poi, col tempo, la faccenda ha smesso di essere un problema. Quelli che al rugby club non si sedevano con me perchè sono lesbica hanno smesso di farlo e mi hanno lasciata in pace. Mi hanno accettata. Ma se qui ora non ho problemi, da quando è stata avanzata la legge contro gli omosessuali su di noi è stato sollevato un polverone nel paese e qui in città. Sono state diffuse delle falsità incredibili che hanno creato un clima da caccia alle straghe. In questo senso, che la legge passi o no e che la pena di morte sia introdotta o meno, il danno è fatto. E mentre i detrattori degli omossessuali partecipano a dibattiti, parlano alla radio, organizzazano le marce, a noi non è dato un microfono per il contraddittorio. In questo modo la leggenda di omosessulità uguale pedofilia o altre assurdità del genere è libera di diffondersi e la gente ci crede. Per esempio nel mio quartiere dove sanno chi sono e mi lasciano in pace, il mese scorso alcuni dei vicini, mi hanno isultata. Erano ubriachi. Mi hanno detto «Lesbica, lascia stare le nostre figlie». Io sono rimasta impassibile e mi sono chiusa la porta alle spalle. Ora esco la mattina presto e torno la sera tardi. La mia ragazza viene a casa. Per la gente deve restare una mia semplice amica. Poi quello che facciamo dietro le tende sono fatti nostri.
Non mi spaventa la faccenda della pena di morte perchè non credo che sarà introdotta. Museveni (il Presidente ugandese, ndr.) è contro i gay, ma ha specificato più volte che il disegno di legge è un iniziativa di un parlamentare. Ha dovuto dire ai “suoi” di calmarsi dopoaver ricevuto telefonate da Obama, Clinton e dei governanti europei. Ha alzato parecchie volte il telefono per sentirsi dire la parola “gay” da quelli che sono suoi alleati esteri e finanziatori. Nella sua veste istituzionale Museveni deve comunque restare neutrale, non può venire allo scoperto e dire sono pro o contro i gay.
Il sostegno dall’estero per noi gay ugandesi è essenziale. So che se avessi problemi seri potrei trovare il modo per uscire dal paese e ricevere accoglienza. Ma questo non mi fa sentire al sicuro qui. Qui se sei lesbica puoi essere violentata da qualcuno di famiglia o persino da amici che pensano di farti del bene, di “guarirti”. Ma di questo non si parla mai. E’ un argomento tabù.
Gli uomini invece vengono picchiati. Accade sempre se mantengono un atteggiamento effeminato se vanno in un bar o club che non sia tra i pochi “gay friendly”. Anche le lesbiche possono essere picchiate, ma questo accade per esempio se qualcuno ha adocchiato la ragazza che sta con te. Perchè c’è sempre questa idea che tu lesbica hai in qualche modo corrotto la ragazza, magari più giovane. Non c’è comprensione del fatto che la donna che sta con te prova la stessa attrazione o lo stesso sentimento.
Nonostante tutto questo io non lascerò mai l’Uganda. Non ho paura. Questa sono io e amo il mio paese. Sono pronta a sacrificarmi per la mia libertà e quella di altri. Tutte le conquiste per le libertà sono arrivate con il sacrificio. I neri sudafricani si sono liberati grazie alla lotta. E io sarò l’ultima ad andarmene. Inoltre devo occuparmi delle altre donne. Vedi, ho due telefoni. Uno è la nostra hot-line, non è mai spento. Se qualcuna ha un problema io arrivo in soccorso. Non sono armata, ma mi faccio sempre venire in mente qualcosa. Le altre contano su di me. Mi chiamano giorno e notte. Una chiama perchè lo zio la vuole violentare, oppure perchè qualcuno è entrato in casa, per le minacce, le botte.
I diritti dei gay qui in Uganda saranno conquistati dalle donne. Siamo noi che abbiamo cominciato la battaglia per i nostri diritti. Prima o poi dovranno lasciarci in pace, nonostante le menzogne dette in giro su di noi. Verrà il giorno in cui ascolteranno noi invece che il pastore che mostra in chiesa la pornografia dicendo che quelli sono i gay.
Di recente sono stata in Svezia per parlare di quello che accade qui. Dopo la nostra visita il ministro degli Esteri di Stoccolma ha detto al governo ugandese che se passa la legge contro i gay tagliano gli aiuti. Per noi è una cosa straordinaria. Ma agli occhi di quelli che ci credono dei mostri è un ulteriore motivo per odiarci.
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