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#occupyLiberazione Sardegna 1976, quella volta che i lavoratori salvarono il proprio giornale

la formidabile vicenda di “Tuttoquotidiano”

A Cagliari nel 1976, dalle ceneri di un’azienda editoriale col fiato corto, rinasceva un giornale autogestito dai lavoratori. Un evento, all’epoca accolto con grande entusiasmo, che ancora fa parlare di sé. E che è stato richiamato anche di recente, seppure su un piano storico differente, quale raro precedente di lotta con caratteristiche simili alla vertenza portata avanti da redattori e poligrafici di Liberazione. La nuova impresa di giornalisti, che assumeva i connotati della cooperativa, si accingeva 35 anni or sono a prendere le redini di Tuttoquotidiano, la terza testata isolana. Un giornale che al tempo, con una media di 30mila copie, occupava senza timidezza il banco delle edicole affianco agli storici L’Unione Sarda e La Nuova Sardegna.
“Tutto” comparve per la prima volta il 12 luglio 1974 con l’intenzione di sfidare lo strapotere dei due più diffusi media regionali, entrambi controllati dal patron del polo petrolchimico isolano SIR, Nino Rovelli. In capo all’investimento un gruppo di imprenditori non immediatamente identificato dietro la sigla Sedis. In seguito, si scoprì, subentrò nella proprietà anche il faccendiere Flavio Carboni. «Il nuovo giornale», scrive lo storico Sandro Ruju, «si schierò politicamente su posizioni conservatrici ma non si rivelò un affare», sebbene riuscì a dare non poco filo da torcere alla blasonata concorrenza anche per le moderne tecnologie di stampa a colori offset utilizzate. L’impalcatura scricchiolò da subito: già a giugno del ’75 il direttore e amministratore unico, Pier Carlo Carta, annunciava il disimpegno degli investitori originari. Si apriva così la lunga vertenza con i lavoratori che sarebbe sfociata nell’autogestione.
Nel dicembre dello stesso anno il Messaggero Sardo, periodico molto attento alla vicenda, guidato anch’esso da una cooperativa di giornalisti, denunciava la grave crisi nella quale versava la testata: «Da cinque mesi i dipendenti della Sedis di Cagliari, la società editrice di Tuttoquotidiano, non ricevono più gli stipendi». Tra giornalisti e poligrafici si contavano 250 posti di lavoro. La cronaca dell’epoca ricordava che il giornale era «l’unico non coinvolto fino ad ora dal monopolio esercitato sulla stampa sarda dal gruppo industriale SIR-Rumianca», anche se, «già prima di essere pubblicato aveva suscitato perplessità per la scarsa chiarezza delle sue origini, per la sua collaborazione nell’area politica di destra, perché in un momento estremamente delicato del dibattito sulla libera informazione in Sardegna, poteva costituire un fatto involutivo. Ma che comunque, come i fatti hanno poi dimostrato, poteva aprire alcuni spiragli di pluralismo».
A raccontare l’aria che tirava a Tuttoquotidiano prima dell’autogestione ci pensò pure un allora puntuto notista, poi narratore di successo, Sergio Atzeni. Sull’Unità del 30 giugno 1974 si scagliava contro uno dei giornalisti “neri” che albergavano nella redazione cagliaritana: Enrico De Boccard, «sbarcato in Sardegna, novello conquistatore, per dire la sua all’interno dell’ultima creazione di un potentato economico che vuole mettere radici nella nostra isola». De Boccard, ex repubblichino, evoliano, relatore al convegno fascista del ’65 all’hotel Parco dei Principi di Roma, si sarebbe occupato delle pagine culturali del giornale. Il 9 luglio 1976 il Tribunale di Cagliari decretava il fallimento della Sedis e, pochi giorni dopo, affidava redazione e impianti alla gestione della cooperativa Iniziative editoriali sarde. I dipendenti di Tuttoquotidiano, dopo più di un anno senza stipendio, con il sostegno e la sottoscrizione dei sindacati e di una larga parte dello schieramento politico sardo autonomista, avevano salvato la baracca. Iniziava così tra non poche insidie e senza risorse economiche una nuova era per il giornale. Si eliminava la fascetta rossa sulla testata che richiamava la lotta aperta e Antonio Pinna assumeva la direzione. Non tutti fecero parte della cooperativa e la redazione fu auto distillata. Gli elementi alla De Boccard abbandonarono la partita. «Ricordo quando, durante la vecchia gestione, smontammo dall’impianto la lastra con un pezzo improponibile di De Boccard e impedimmo che andasse in stampa. Conservo ancora tutto».
L’aneddoto spunta dalla memoria di Mario Faticoni, uno dei protagonisti dell’autogestione, allora responsabile della Cultura. Da tempo Faticoni non fa più il giornalista. Ha insegnato al Conservatorio, è popolare uomo di teatro ed è forse l’unico ad aver tenuto vivo con diverse pubblicazioni l’”affaire” Tuttoquotidiano: «C’era grandissimo entusiasmo, tanta fantasia, ne avevamo molta più dei padroni, e voglia di lottare. Non ne potevamo più di Nino Rovelli ma, purtroppo, non c’erano i soldi». Il giudizio di un giornalista dell’Unione Sarda, Giorgio Pisano, tende invece a smitizzare l’esperienza: «In quegli anni ero cronista all’Unione, ricordo bene i fatti. Il limite di Tuttoquotidiano era rappresentato dalle troppe teste, intellettuali e reporter insieme, che producevano un giornale confuso». Faticoni e Pisano, sollecitati poi sull’attuale vertenza “Liberazione”, concordano: «L’occupazione del giornale è l’unica strada per non morire». L’organizzazione interna e le strategie generali di Tuttoquotidiano erano stabilite dall’assemblea dei lavoratori. Giornalisti e poligrafici godevano dell’indennità per la disoccupazione e potevano contare su qualche rimborso spese. Di fatto non esisteva pubblicità, a parte qualche piccolo investimento, e la struttura cercava di pareggiare le spese con i proventi delle vendite. A luglio del 1977, durante la prima conferenza di produzione, fu presentato il bilancio del primo anno di autogestione con un leggero attivo. L’esperimento editoriale, almeno nella fase nascente, fu sostenuto con decisione dalla Federazione nazionale della Stampa e dai sindacati di categoria dei poligrafici. Enrico Clemente, componente della giunta esecutiva della Fnsi, nell’agosto 1976 ricordava lo sciopero bianco tenuto dai giornalisti italiani il 22 luglio dello stesso anno che consentì di racimolare un fondo per la costituzione della cooperativa sarda. La storia del quotidiano cagliaritano si interruppe, causa i debiti, a novembre del 1978. Dopo diverse aste deserte gli impianti di viale Elmas furono acquistati dall’imprenditore e studioso libico, Mohamed Mustafà Bazama, che stamperà libri scolastici in arabo. Seguì nel 1983 il passaggio alla società Editar, sempre controllata da capitale libico, sino all’attuale, desolante abbandono in perenne attesa di nuovi investitori.

Ercole Olmi

in data:07/01/2012

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