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SPETTACOLI

«Da Carmelo Bene ho imparato che la forma senza filosofia è vuota»

Intervista a Filippo Timi

Un’intensa alternanza tra cinema e teatro. In questo periodo, l’autore/attore Filippo Timi si sta dividendo tra le riprese del film di Michele Placido sul bandito Renato Vallanzasca Il Fiore del male e la turnè (fino a metà aprile) de Il Popolo non ha il pane? Diamogli le brioche, spettacolo da lui scritto e interpretato nel ruolo di Amleto. Una rivisitazione contemporanea e grottesca di Shakespeare, la sua.

In un contesto - senza tempo e universale - di violenza e sofferenze, come quello degli intrighi orditi intorno al principe danese per la conquista del trono, trovare il modo di ridere è una salvezza?
Sì, bisogna prendersi in giro. Più che il dolore e la tragedia, ciò che proviamo è l’attrito tra l’assoluto e la nostra finitezza, l’impatto con ciò che è grande, come una passione, l’infinito, il tempo. Questo scontro può creare una ferita, intesa semplicemente come un dolore oppure quale passaggio di iniziazione. Io la considero un travaglio che ha per esito una crescita, e per sopportarlo credo che il ridere, ammettere tutta la meravigliosa miseria che siamo, sia molto intelligente; perchè ci fa essere più dolci e tolleranti, ci fa sentire quanto davvero siamo tutti uguali, sulla stessa barca, alla ricerca di qualcosa di autentico.

Riferendosi all’essere umano di Aristotele, inteso come “un animale che ride, ovvero che ha coscienza di sè e quindi si prende in giro”, la sua intenzione è di allargare il cuore del pubblico per poi colpirlo...
Il primo punto è farlo sorridere, per poi fargli capire che dietro c’è un abisso. Questo è tendere al sublime, è L’Idiota di Dostoevskij, quel sorriso con una coscienza talmente profonda che le parole, come sempre, son fallimentari; provano a circoscrivere ma non valgono, sono poco.

Per similitudine, secondo una frase da lei attribuita a Stanislavskij Amleto sarebbe il primo ruolo a prendere coscienza di sé. Quindi si può arrivare a dire che la realtà è una rappresentazione?
Nello spettacolo, ad un certo punto c’è la frase: “la materia è probabile prima di essere reale” che vuole esprimere proprio lo Shakespeare del “siamo fatti della stessa materia dei sogni”. Quello che riusciamo a immaginare, solo dopo può diventare possibile. C’è tutta una teoria (chiamiamola “filosofia scientifica”), quella della grandi stringhe, a sostenere che il mondo sia un’invenzione; siamo noi a crearlo, a renderlo come una creta, a cantarlo. Un po’, magari, Amleto è anche un accorgersi che dietro alla vita c’è qualcos’altro, e ogni cosa è molteplice.

A proposito di filosofia, una sua passione. Dov’è nata e come l’ha sviluppata?
Da Carmelo Bene. Quando ho saputo che per creare i suoi spettacoli aveva dato vita ad un dialogo con Gilles Deleuze, Michel Foucault, Georges Bataille, mi sono domandato il perchè. Quindi ho cominciato un pochino a conoscere queste personalità, e ne ho capito il motivo: una forma senza dietro una filosofia è vuota, solo attraverso certe interrogazioni puoi arrivare a determinate forme. Da lì, il connubio teatro-filosofia è stato fondamentale. Per qualsiasi spettacolo io prepari, cerco di scoprire come quei temi possano essere stati trattati dai filosofi che a me riescono a dire qualcosa. Poi si assomigliano, avendo amato tantissimo Deleuze il passaggio a Jean-Luc Nancy è stato spontaneo, perchè ne è considerato l’erede, ne evolve alcuni concetti. Stesso discorso per Giorgio Agamben. Altre volte tu vai alla ricerca e son loro che ti arrivano. Con Virilio è successo per caso grazie al titolo di Estetica della sparizione, Foucaut invece tramite Bataille. A un certo punto mi ero appassionato a Gilles De Rais, perchè volevo farci uno spettacolo, e ho saputo che Bataille aveva scritto gli atti del processo a De Rais. E’ tutto un concatenarsi, basta avere desiderio di scoprire e poi tutto arriva.

Rimanendo in argomento, lei sostiene l’esistenza di un disegno, una meccanica quantistica, una verità, un bene, quando si è se stessi.
Più uno scopre chi è, e soprattutto cosa vuole, più tutte le paure, le confusioni scompaiono. Questo non significa che una volta scoperto sia così per sempre, l’essere umano cambia. Fino a un certo punto può inseguire qualcosa, convinto che il suo bene abbia una faccia, e poi magari scopre che ne ha un’altra. L’importante è provare ad essere sé stessi, perchè a quel punto nessuno può dirti più nulla. Questo pensiero mi arriva da Jean Cocteau. A 16 anni mi sono innamorato di lui, ho cominciato a leggerlo tutto fino a I Contadini del cielo, una lettera al filosofo cattolico Jacques Maritain. Cocteau si era appena fatto di oppio perchè era morto Raymond Radiguet, che lui aveva scoperto, un suo grande amore. Scrive qualcosa di straordinario su cosa significhi il perdere un amore, un grande poeta (Radiguet è scomparso a 21 anni dopo aver scritto Un Diavolo in corpo, un capolavoro). E sostiene che quando dici la verità nessuno ti crede, però tu sei a posto con te stesso.

La sua balbuzie - così lei dice - sta a dimostrare una fragilità, mentre è convinto che sulla scena l’attore debba essere una tigre. Dunque una doppia, positiva condizione?
Spessissimo balbettare è anche una forma di potere, imponi tu il tuo tempo. Quindi alcune volte si è più forti quando si è più deboli. Un po’ troppo facile come paragone, però è così. Un po’ è vero, un po’ è falso, un po’ io ci gioco. Certe definizioni mi escono fuori semplicemente per non dare eccessivo peso ad un problema. Questo vale per qualsiasi problema: se gli dai troppo valore, diventa più grande. Invece no, per me è una caratteristica. A volte mi ci incazzo, perchè non riesco a spiccicare una parola, e altre non me ne frega nulla.

Cinema e teatro. Come riesce a conciliare i due impegni? L’uno nutre l’altro?
Son due cose a parte. Il teatro, per come lo provo a intendere io, è necessariamente autoriale. Quindi sono un po’ l’ideatore, il regista e magari anche lo scrittore. In un film, invece, credo profondamente ad una gerarchia piramidale. Il regista è il potere, punto. Dopo puoi scontrartici, ma lui è comunque il livello più alto. L’unica cosa che ho portato al cinema credo sia il corpo, il non riuscire a prescindere da esso, ritenere qualsiasi parola della sceneggiatura un sottotesto. L’analisi che fai, per capire cosa davvero il tuo personaggio dica, accade attraverso il corpo, il respiro, un’intenzione non detta. Mai fidarsi del testo, dietro c’è qualcos’altro. Questa è un’attitudine che mi porto dal teatro.

Quindi lavora anche sulle sceneggiature che i registi le sottopongono?
Sono incontri, magari propongo al regista la visione che ho e poi è lui a dirmi. Ad esempio, un altro mio retaggio teatrale è quello di non rivedermi mai al monitor appena ho finito la scena, perchè ho paura di giudicarmi, di aver voglia di dirigermi. Perderei di spontaneità.

Ancora a proposito di passione, in un nostro precedente incontro lei citava Jean Genet: “solo i criminali possono amare”, e ora partecipa ad un film su Vallanzasca...
Genet però - ride Timi - parla di un altro tipo di criminale, dice cioè che per affrontare le proprie passioni bisogna azzardare gesti estremi.

Federico Raponi

in data:10/03/2010

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