CULTURA
«Quando l'America ha perso l'innocenza»
Intervista allo scrittore James Ellroy in occasione dell'usicta di “Il sangue è randagio“
«Ammiro troppo Ronald Reagan per scrivere qualcosa di negativo su di lui. Era un grand’uomo: ci ha sbarazzati dell’Unione sovietica. Certo che sono di destra, assolutamente. Ma la storia, la politica, le vicende che riempiono oggi la cronaca non mi interessano in alcun modo, perciò non ne scriverò mai...».
Dicono che abbia votato per Obama, ma al suo clichè di duro, conservatore della vecchia scuola, James Ellroy non rinuncia facilmente: per lui che si è conquistato quasi tutto da solo, il sogno americano ha sempre il sapore di una lotta senza quartiere, di una redenzione che arriva dopo sofferenze e dolore. Il suo ultimo romanzo, Il sangue è randagio (Mondadori, pp. 860, euro 24,00) si affaccia sugli anni Settanta, muovendosi lungo l’arco temporale che va dal ’68 al ’72, ma non va oltre l’annuncio dell’America che sarà. No, Ellroy non vuole ancora raccontare ciò che è venuto dopo, oltre la sua dura educazione sentimentale alla vita.
Considerato uno dei maggiori scrittori americani contemporanei, come autore di noir il suo nome arriva ormai dopo quello di un “padre fondatore” del genere come Raymond Chandler, ma certo non sfigura accanto a protagonisti della letteratura come Don de Lillo o Cormac McCarthy, James Ellroy insegue da sempre due fantasmi: quello della morte violenta di sua madre, trovata strangolata su un marciapiede alla periferia di Los Angeles nel giugno del 1958, quando il futuro scrittore non aveva che dieci anni, e quello dell’America della sua gioventù selvaggia, passata per strada tra alcol e droga, attraversata dal maccartismo, dai conflitti razziali e da una sorta di “scontro di civiltà” interno che ne accompagnerà, nel fuoco delle rivolte metropolitane, un rapido processo di modernizzazione. Quando, nel 1975, Ellroy comincia a scrivere il suo primo romanzo, Prega detective, sono queste le realtà che si lascia alle spalle: senza però mai abbandonarle davvero, come testimoniano anche i recenti ricoveri in clinica per curare la depressione e la dipendenza dai sonniferi. «La morte di mia madre è il principale motore della mia opera. - spiega ancora oggi - Anche se non direi più che mi opprime, non sono più traumatizzato, solo continua a fare il suo percorso dentro di me, soprattutto attraverso i miei rapporti con le donne. Non ragiono mai con i “se”: mia madre è stata violentata e uccisa e non posso pensare ”se non fosse andata così...”. Piuttosto mi concentro su cosa è successo allora e su cosa posso ancora fare in rapporto a tutto ciò».
Quattro romanzi dedicati al mistero di Los Angeles, Dalia Nera, Il Grande Nulla, L. A. Confidential e White Jazz, dove l’omicidio della madre incontra la vicenda di Elizabeth Short, una ragazza torturata a morte e abbandonta per strada nella metropoli californiana all’inizio del 1947, fissano la prima fase della ricerca di Ellroy che si snoda tra la guerra e gli anni Cinquanta. Segue - anche se si tratta in realtà dei primi racconti scritti da Ellroy - la trilogia di Loyd Hopkins, l’agente che pattuglia le stade del quartiere di Watts mentre infuria a metà degli anni Sessanta la rivolta degli afroamericani: Le strade dell’ innocenza, Perché la notte e La collina dei suicidi. Infine, la trilogia kennediana che si conclude ora: «In American tabloid potete trovare gli anni compresi tra il 1958 e il 1963 - spiega lo scrittore - : l’ascesa e la caduta di John F. Kennedy. I fatti storici che sono alla base di questo libro sono del resto facili da identificare. Il secondo capitolo di questa vicenda, Sei pezzi da mille, attraversa per intero i Sixties. Mentre con Il sangue è randagio mi avventuro in un territorio molto meno noto e molto più segreto, poco descritto dai media. I romanzi di questa trilogia sono prima di tutto delle opere di fiction, ma il loro sottofondo storico è valido, tutti i grandi fatti che descrivo hanno avuto effettivamente luogo nell’America di quel periodo».
Il sangue è randagio mette in scena gli omicidi di Bobby Kennedy e Martin Luther King, le due elezioni alla presidenza di Richard Nixon (1968 e 1972) e i gravi incidenti che si registrarono in occasione delle convenzioni democratica e repubblicana dell’estate 68. Ma soprattutto l’emergere della contestazione giovanile e delle controculture, l’insorgenza dei ghetti neri e la violenta reazione della “vecchia America” e dei suoi apparati, simboleggiati dalle figure del produttore cinematografico Howard Hughes e dal capo dell’Fbi Edgar Hoover. Così nel romanzo compaiono agenti federali cresciuti in famiglie del Ku Klux Klan, piedipiatti rinnegati, spioni psicotici, mafiosi impegnati a creare casinò nella Repubblica Domenicana, ma anche ragazze di sinistra che “convertono” gli avversari attraverso il sesso. La violenza e il razzismo si sposano con l’odio e la paranoia che alimentano il filone complottista dell’immaginario popolare americano. L’apparente cinismo di Ellroy fa il resto. «Ho spiato dalla finestra quattro anni della nostra storia. E’ stato un appostamento lungo e movimentato, ho sfondato porte e perquisito case. Avevo la licenza di rubare e un biglietto per partire. Ho pedinato gente, ho piazzato cimici. ho fatto intercettazioni e colto eventi importanti fra gli omissis. Nessuno mi ha scoperto», si legge nelle prime pagine di Il sangue è randagio. «Non ho voluto tracciare il ritratto dell’America - aggiunge lo scrittore a voce -, ma di qualcosa che si chiama “vita”, “realtà”: una combinazione tra agenti di un’intelligenza brutale, dei criminali, dei mafiosi, degli sbirri rinnegati. E’ la loro storia. Solo che loro prendevano ordini dai vertici della politica nazionale...».
Nella tempesta che scuote l’America alla fine degli anni Sessanta, e che Ellroy annota minuziosozamente nelle sue pagine, il volto dello scrittore è quello del detective Don Crutchfield, uno dei protagonisti del romanzo: un solitario che va alla messa di mezzanotte e frequenta le prostitute di South Central, un uomo estraneo all’atmosfera di festa e di liberazione propria di quel periodo. Lo sguardo rivolto a quella stagione è privo di entusiasmo, ma non smette di essere curioso, fino ai limiti del maniacale. «Coniugando il ritmo del romanzo d’appendice alla Dumas e l’oscurità di un Céline rivista da Tarantino», sottolinea Les inrockutibles, James Ellroy scrive romanzi che sono però costruiti come veri saggi: «Stendo molte note, prendo diversi appunti, raccolgo fatti e cronologie che mi forniscono i miei assistenti. Tutto questo materiale, solo per Il sangue è randagio ammontava a oltre quattrocento pagine. Così, prima ancora di scrivere una sola riga del romanzo sapevo già tutto quello che sarebbe successo nella storia. A quel punto, mi sono messo a scrivere di brutto: capitolo primo, bum, bum, bum; capitolo secondo, bum, bum, bum. E così fino all’ultima riga del libro».
La ricerca dei dettagli, la ricostruzione, vera o fittizia di dispacci d’agenzia o di ritagli di giornale serve a Ellroy a costruie una trama che, prima che narrativa, è legata alle emozioni, all’anima stessa. Come hanno scritto Philippe Labro e Olivier Barrot a conclusione del loro viaggio nella letteratura d’oltreoceano, Lettres d’Amérique (Folio, 2004), per lui «seguire il filo complesso del tessuto metropolitano, significa dividere l’oscuro intreccio delle passioni umane». Del resto, uno dei “suoi” poliziotti, Lloyd Hopkins, di fronte alle fiamme che avvolgevano il ghetto di Los Angeles, non aveva dubbi: «la causa dei tumulti di Watts era stata la morte dei cuori innocenti».
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