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Venditti: Giustizia sociale e libertà, da qui dobbiamo ripartire
Il cantautore romano parla del suo ultimo album, Unica, e dell'Italia attuale
Antonello Venditti, Trastevere, un caffé e un paio di sigarette fumate di nascosto dal barista che fa finta di non vedere. A parlare di Unica, il suo ultimo album che sembra rispecchiare al meglio la sua storia e il suo presente, e di Italia, di politica, di calcio, di tutto. “Il maestro dei maestri” lo chiama uno, stringendogli la mano. Si schernisce, sorride. Entusiasta della sua musica e di poter dire la sua senza paletti.
Antonello, sembra un punto di nuova maturazione e di svolta questo album
Credo dipenda dal rapporto con il pianoforte. Prima per me era il centro di tutto, poi da fratello maggiore è diventato un ostacolo. Temevo mi impigrisse la mia autosufficienza col piano, che mi tenesse legato sempre alla stessa musica. Così ho sviluppato il rapporto con altri strumenti e musicisti, soprattutto nel mio studio di Colle Romano. E questo mi ha fatto sperimentare, immaginare un mondo diverso. Parto dalla musica, i testi non nascono né prima né dopo, ma in viaggio. Ora sento di più tutto ciò che ho attorno, Hendrix e Dylan, Rolling Stones e Leonard Cohen ma anche Tenco, De Andrè e Paoli. E cerco tutti loro nel mio lavoro, sento tutte queste anime, mi confronto con loro e con il mio tempo mantenendo sempre il mio stile.
L'impressione è quella di un Venditti più intimista nella scrittura. Questo è un mondo troppo brutto per essere raccontato?
Un disco nasce attraverso ciò che vivi. Questo è un album personale, che parla di un periodo della mia vita, ma anche, forse il più universale, perché si inserisce nel momento storico del nostro paese: c'è l'incertezza sul lavoro e sull'amore, del migrante e delle speranze che hai dentro. Io cerco di trasformare questo in positivo, in un sogno, provo a far diventare vera la favola, immedesimandomi in tutti i personaggi delle mie canzoni come in Oltre il confine. E sono io anche La ragazza del lunedi e (Santa) Cecilia, non più simboli femminili di una vecchia società, ma esempi di donne autonome, coraggiose, persino martiri per le loro idee. Ci stiamo svegliando dalle tante cazzate che ci dicevano e ci dicevamo prima.
Spesso spiazzi con le tue posizioni. Ora come ti collochi rispetto a quest'Italia disastrata?
Sono sempre stato un comunista atipico, anche se odio le etichette che vogliono racchiudere idee così grandi in parole così piccole. Ora, se lo vuoi sapere, odio la parola equità e non solo perché mi fa pensare a Equitalia. Perché la si usa al posto di giustizia sociale, che deve essere la nostra vera aspirazione. La sua assenza devasta lo Stato, che non sa conservare quello che ha- soprattutto nella cultura e nel patrimonio naturale e monumentale che ha-, e che agisce sempre, come succede ora, in emergenza. E l'emergenza crea, ovviamente, precarietà.
Sembra, più di un tempo, di esser tornati al padronato e alla schiavitù. Esagero?
Forse, ma neanche tanto. I padroni non finiscono mai. Quanti ne abbiamo? I padroni delle fabbriche, i padroni delle banche, i disegni delle P2, 3 o 4, di Gelli, la visione berlusconiana del mondo, le ragioni massoniche che fanno tanta fantapolitica e che forse, al di là di folkloristiche rappresentazioni, rappresentano un potere altro. Impossibile individuare chi devi sconfiggere, e allora per farlo, devi ripartire dal singolo individuo. Dobbiamo lottare per la libertà, senza compromessi. Una volta dissi che dovevamo dare la musica ai pirati, perché loro mostrano spesso di conoscerla, di ascoltarla con attenzione. E' un paradosso, naturalmente. Il punto è che anche internet, vedi Facebook, alla fine diventa un monopolio. E ciò che dobbiamo combattere è proprio questa concentrazione di potere, qualsiasi esso sia. Io in questo disco canto la libertà, perché è ciò da cui dobbiamo ripartire. Internet, ad esempio, ha reso più libera la musica? Io non credo: gli ha consegnato il consumo da Ipod, distratto e frammentario. E questa non è libertà.
Marrazzo firma la prefazione al tuo album. Hai scritto canzoni per Zeman e Di Bartolomei. Ami i diversi o quelli che altri chiamano i “perdenti”?
Credo che non esistano gli errori, ma solo la vita. La società troppo spesso determina l'esistenza e la morte delle persone, la comunicazione conta più della verità. Io voglio vedere oltre, cercare la persona, andare oltre il risultato della calunnia, aldilà del falso idolo. Naturalmente sono casi profondamente diversi: Di Bartolomei è il campione fragile, a cui devi stare vicino. Maradona è stato salvato anche da chi tifava per lui fuori dall'ospedale, ne sono sicuro. E invece noi i migliori, i più coraggiosi come Zdenek, come DiBa, li calunniamo, li emarginiamo. E non solo nello sport, penso anche a Tortora: sono anni che vorrei scrivere una canzone per lui, mi fa soffrire solo pensare a ciò che gli è stato fatto. In Tradimento e passione c'è anche lui. La popolarità in questo paese, a volte, diventa una colpa. Anzi, un indizio di colpevolezza, perché in un paese meritocratico nessuno pensa che il successo sia figlio del talento. Tutti pensano alla clientela, al privilegio. Ecco perché allo stadio mi faccio la tessera, ecco perché mio figlio ai miei concerti paga il biglietto.
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