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Referendum, bene la Consulta. Ora via alla battaglia per il proporzionale

Non si può che apprezzare la decisione della Corte costituzionale di dichiarare l’inammissibilità dei quesiti referendari sulla legge elettorale. In primo luogo, perché sarebbe stato grave se la Corte, contraddicendo un indirizzo ormai consolidato della giurisprudenza costituzionale, avesse accettato il principio secondo cui, in tema di leggi elettorali, è possibile con il referendum ripristinare una legge già abrogata. Perché di questo si trattava e in questo senso avevano agito i proponenti il referendum, puntando a ottenere attraverso l’abrogazione del “porcellum”, oggi in vigore, il ripristino del precedente “mattarellum”. In verità, autorevoli costituzionalisti avevano fin dall’inizio segnalato la palese inammissibilità dei quesiti, ma una buona dose di tracotanza aveva indotto i proponenti a soprassedere ad argomenti difficilmente contestabili.
Le prime dichiarazioni nervose provenienti dallo schieramento referendario con le quali, nel tentativo di contestare la decisione assunta, si addossa alla Corte la responsabilità di essersi fatta condizionare da non meglio identificate pressioni politiche, tradiscono in realtà un evidente imbarazzo e non paiono convincenti. In realtà la vicenda mette in luce principalmente la dabbenaggine di apprendisti stregoni che per far saltare il referendum a suo tempo indetto per introdurre il sistema proporzionale, non hanno esitato a promuoverne un altro che non possedeva le caratteristiche minime di ammissibilità.
Naturalmente, l’operazione, al di là del pressapochismo con cui è stata condotta, ha rappresentato un’insidia reale sul piano democratico. Utilizzando, infatti, argomenti in parte condivisibili sui limiti dell’attuale legge elettorale (come l’impossibilità da parte dell’elettore di scegliere gli eletti, o l’assurdità di un premio di maggioranza illimitato per la coalizione vincente), ha puntato al ripristino di un sistema elettorale (il precedente mattarellum) che presenta difetti sostanzialmente analoghi, con l’aggravio che accentua oltre misura la logica bipolare aprendo la strada al bipartitismo.
Gli argomenti demagogici utilizzati hanno, infatti, teso a celare quelle che erano le vere finalità dell’operazione referendaria, che per l’appunto erano quelle di superare progressivamente i residui di proporzionalità, trasferire principalmente nei collegi la competizione elettorale, sollecitando per questa via il formarsi di due soli soggetti politici, con buona pace del pluralismo. 

Che in quest’operazione si sia distinta la componente veltroniana del Pd non stupisce più di tanto; che invece ne siano state coinvolte forze come Sel e l’Idv lascia molto perplessi. A maggior ragione, dato che l’appoggio all’iniziativa referendaria muoveva dal tentativo di stabilizzare e consolidare il bipolarismo, nella speranza di non essere esclusi dal nuovo Ulivo e di far valere le proprie chance nella competizione sulla leaderhip dello schieramento di centro sinistra.
Se la bocciatura dei quesiti chiude la partita referendaria, è evidente che il tema della modifica della legge elettorale resta in campo. Per due ragioni: la prima è legata alle motivazioni con le quali la Corte accompagnerà la decisione assunta. Tali motivazioni possono contenere suggerimenti circa modifiche da introdurre comunque nell’attuale legge elettorale. In secondo luogo, anche a prescindere da tali motivazioni, sono evidenti i grandissimi limiti di tale legge che non possono, in ogni caso, essere derubricati. Il Parlamento potrebbe a questo punto modificare la legge o anche cambiarla radicalmente, ma data l’eccezionalità della situazione politica, lo scenario resta molto aperto.
Un punto però va chiarito e riguarda l’indirizzo auspicabile di una modifica della legge elettorale. Il paradosso sta nel fatto che dopo quasi vent’anni di retorica maggioritaria, con il continuo modificarsi delle leggi elettorali e il loro regolare fallimento, l’iniziativa referendaria ora abortita ha rappresentato l’ennesimo tentativo di cambiare rimanendo comunque dentro quel solco. A quanto pare la cronica instabilità che questi sistemi hanno prodotto, il proliferare dei gruppi parlamentari, l’estendersi del trasformismo, la crescita di lobby dentro e fuori i partiti, il proliferare di episodi di corruzione e di mala politica non ha sollecitato alcuna riflessione seria sui limiti complessivi del maggioritario e sulla necessità di voltare finalmente pagina.
Il tema che oggi si ripropone è, quindi, quello dell’introduzione di un sistema elettorale che non solo garantisca la possibilità del cittadino di esercitare pienamente i propri diritti di elettore, ma che consenta nelle istituzioni un’effettiva pluralità dei punti di vita, una piena rappresentanza delle diverse correnti politiche e culturali e la riconsegna al Parlamento della piena sovranità, a partire dalla scelta del governo.
Tutto ciò rimanda necessariamente al ripristino di un sistema integralmente proporzionale. Una battaglia culturale, ancora prima che politica, va oggi promossa nel paese, anche per riconnettere finalmente la questione sociale a quella democratica. Non si tratta di un’operazione facile, ma dalla sconfitta di questa pericolosa iniziativa referendaria si può ripartire.

Gianluigi Pegolo

in data:14/01/2012

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