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Nir Baram, scrittore: «Una generazione che può cambiare Israele»
Hanno piantato le loro tende sul Boulevard Rothschild di Tel Aviv e hanno sfidato più volte in piazza il governo di destra di Benjamin Netanyahu, denunciando la crisi sociale che tocca anche Israele. Non solo, gli Indignados israeliani, hanno indicato a tutto il mondo, ma soprattutto alla politica locale, che in questo paese si può parlare di casa e lavoro e non soltanto di guerra. Hanno scelto volutamente di non toccare in modo esplicito il tema del conflitto tra israeliani e palestinesi, per non subire la censura del potere politico che continua a speculare sulle paure di molti israeliani, ma hanno anche evidenziato come il nodo della cittadinanza e dell’identità dello Stato vada superato nei fatti, concendendo diritti e possibilità uguali a tutti coloro che vivono in Israele.
Cresciuto in un’influente famiglia della sinistra israeliana, sia suo nonno che suo padre sono stati ministri del Partito laburista, Nir Baram è un giovane scrittore nato a Tel Aviv nel 1976. Editorialista del quotidiano "Maariv", è intervenuto più volte pubblicamente per chiedere un cambiamento della struttura della cittadinanza nello Stato di Israele, attraverso il riconoscimento di uguali diritti per i palestinesi e i lavoratori stranieri. Inoltre, nell’estate del 2006, Baram è stato uno dei leader del gruppo di giovani poeti e autori che hanno chiesto un cessate il fuoco nella seconda guerra del Libano. Dei quattro romanzi che lo hanno reso una celebrità prima in Israele e poi a livello internazionale, nel nostro paese è stato pubblicato di recente "Brave persone", Ponte alle Grazie (pp. 564, euro 22,00), una sorta di riflessione sulla “banalità del male” e sul peso delle scelte individuali di ciascuno, che descrive le biografie di un uomo e una donna, rispettivamente a Berlino e a Leningrado, che assistono negli anni Trenta al crescere del totalitarismo nei loro paesi non solo senza tentare di reagire, ma cercando anzi di trarne un qualche vantaggio.
Nell’ultimo anno anche in Israele il movimento degli Indignati ha fatto sentire la propria voce. La denuncia delle politiche sociali seguite fin qui si è via via arricchita di una critica complessiva all’establishment e di una visione aperta e innovativa dell’identità del paese. Da coeteneo di questi giovani, come giudica quanto sta accadendo?
Questo movimento rappresenta in primo luogo una sfida a quel modello capitalistico americano che ha dominato la scena sociale e economica israeliana negli ultimi trent’anni. Allo stesso tempo però, fin dalle modalità di azione e di organizzazione che si sono dati, questi “Indignati” propongono una nuova visione della realtà sociale del paese: parlano agli israeliani come ai palestinesi, come alla seconda generazione di immigrati che è nata e cresciuta in Israele. Sulla base di un confronto concreto con i problemi materiali che toccano una parte della popolazione, prima di tutto il lavoro e la casa, questo movimento supera nei fatti le abituali divisioni della società israeliana e pratica già oggi, senza clamore, una piena collaborazione e un sostegno reciproco tra persone appartenenti a comunità diverse. In altre parole, guardando alla situazione del paese da un punto di vista esclusivamente sociale, gli Indignati mostrano di superare l’idea stessa del conflitto tra gruppi etnici o religiosi. E per un pese come Israele si tratta di un segnale davvero forte e innovativo, l’unico che va davvero nella direzione della pace e della convinenza.
Un segnale in controtendenza rispetto al clima che si respira però nella società israeliana, non le pare?
In effetti uno dei problemi più importanti con cui si deve misurare oggi la società israeliana è rappresentato dal razzismo che si esprime nei confronti di chi non è ebreo, vale a dire soprattutto nei riguardi dei palestinesi, e degli arabi più in generale, ma anche verso gli immigrati, ad esempio latinoamericani, che lavorano nel paese. Per affrontare e cercare di superare davvero questa deriva che attraversa la nostra società, c’è bisogno di immaginare una sorta di nuova identità israeliana, inclusiva e multiculturale, che contempli al proprio interno anche le differenze etniche e religiose. Ed è proprio questo che manca oggi più di ogni altra cosa alla cultura israeliana: il considerare chi vive nel paese e non è ebreo, non come una minaccia o un pericolo per la nostra identità nazionale, ma come una componente essenziale di ciò Israele è già nei fatti ogni giorno. La nostra società è consumata dalla paura, come retaggio della memoria dell’Olocausto e delle tante guerre in cui è stato coinvolto il paese nell’ultimo mezzo secolo, ma solo se si riuscisse a far crescere un’idea inclusiva e aperta dell’identità isrealiana, si potrebbe rompere fino in fondo questa spirale perversa.





