SOCIETÀ
Mohamed, il ragazzo tunisino che vigila sul voto e finisce rinchiuso in un Cie
Mohamed è rinchiuso nel Cie di Ponte Galeria a Roma. Da quando è li dentro ne ha viste tante:«Ci hanno tolto le scarpe e lasciato in ciabatte anche se pioveva e avevamo i piedi sempre bagnati. Ci hanno lasciati al freddo – racconta – la scorsa settimana due ragazzi hanno tentato il tutto per tutto, si sono costruiti dei cappi da mettere al collo, il primo con una corda, l’altro con un filo di corrente, e sono saliti sul tetto. Volevano morire. Li abbiamo convinti a scendere, abbiamo detto loro che non gli sarebbe successo niente, mi dicono che li hanno pestati come rivoltosi. Giovedì un aereo è partito portandosene via 18, verso Tunisi, un rimpatrio veloce e senza possibilità di opposizione». Ma in quell’inferno che non dovrebbe esistere, Mohamed pensava di non dover mai finire. Vive in Italia da molto, ha lavorato regolarmente ed è in attesa del rinnovo del permesso. Il suo precedente datore di lavoro si è dileguato con le sue pratiche da evadere, teoricamente dovrebbe avere il tempo di trovarne un altro o di decidere se tornare con le proprie gambe in Tunisia, paese da cui proviene, comunque c’è una vertenza in atto da risolvere. Nel frattempo il ragazzo, perché di un ragazzo si tratta, si è dato da fare nel percorso di democratizzazione del proprio paese. Per le elezioni della assemblea costituente che si sono svolte il nell’ottobre scorso, era stato nominato fra i responsabili, da parte dell’Istanza regionale per l’Italia, del controllo sullo svolgimento delle operazioni di voto. Il suo mandato consisteva particolarmente nell’evitare che il voto venisse inquinato dai rappresentanti del vecchio regime ancora molto potenti anche in Italia. Lo ha svolto con scrupolosità, denunciando soprattutto i tentativi che sono stati fatti per modificare il voto a Roma e a Palermo, dove il personale consolare era molto vicino al regime. Mohamed non vive in strada, non è dedito ad attività illegali, per questo suo compito si è spesso avvalso di titoli di viaggio regolarissimi e di ospitalità in strutture alberghiere, dove per entrare, a chiunque, viene chiesto un documento. Ma Mohamed ha dato fastidio a qualcuno. Impossibile capire altrimenti le ragioni per cui alle 4 del mattino sia stato prelevato dall’hotel in cui dormiva serenamente per essere trasferito a Ponte Galeria. Improvvisamente spuntava un decreto di espulsione nei suoi confronti, improvvisamente – questo ci racconta – la tranquillità con cui viveva in Italia, spariva e diveniva il numero xxxx di un centro di identificazione ed espulsione. Mohamed sa difendersi e ha motivato giuridicamente il suo rifiuto tanto al trattenimento quanto al rimpatrio. Ieri mattina è stato svegliato all’alba. Gentilmente gli è stato chiesto di prepararsi e di raccogliere i propri bagagli, destinazione ignota. Dopo alcune ore era giunta al centro una BMW con a bordo funzionari, probabilmente della Digos che avevano il compito di accompagnare Mohamed a Fiumicino, primo aereo per Tunisi. Di solito i rimpatri per la Tunisia avvengono collettivamente, per risparmiare, come mai questa fretta e queste modalità? Mohamed si è opposto senza violenza ma con la forza del diritto, tanto che il funzionario incaricato dell’operazione ha desistito dal tentativo con – secondo quanto detto dal ragazzo – un profluvio di imprecazioni irripetibili. Mohamed è tornato ancora in cella e teme di essere rimandato indietro da un momento all’altro. Ma a deciderlo è il governo italiano o quello tunisino? Intanto chiede attenzione. Ancora maggior attenzione va prestato ad un appello giunto ieri da Migranda e relativo ad una storia per cui è difficile trovare aggettivi sufficientemente efficaci. La protagonista si chiama Adama, è arrivata dal Senegal per sfamare i propri figli, illegalmente – per l’illegalità delle nostre leggi – e aveva trovato lavoro e casa grazie al suo compagno che, ben presto si è trasformato nel suo aguzzino. È rimasta per 4 anni sotto il suo dominio :«O obbedisci o ti faccio espellere con la Bossi Fini». Affermava tranquillamente. Il 26 agosto Adama ha reagito, dopo uno stupro ed una ferita alla gola con un coltello, ha chiamato i carabinieri, ha chiesto aiuto alla legge e la legge ha risposto. Oggi Adama è rinchiusa nel Cie di Bologna. Il 16 settembre il suo avvocato ha chiesto di poterla incontrare accompagnato da medici e da un interprete, voleva accertarsi del suo stato di salute e aiutarla per raccogliere la denuncia per la violenza subita. L’incontro è stato concesso solo il 25 ottobre scorso e ancora oggi non è dato sapere quanto dovrà attendere Adama per riacquistare la sua libertà. Per chi la detiene è solo una delle tante “clandestine” Da HYPERLINK "http://www.migranda.org" www.migranda.org è partito un appello per la sua immediata liberazione e per la concessione di un permesso di soggiorno a cui Adama ha diritto. Le adesioni si susseguono incessanti, segno di un Paese ancora non rassegnato, fra le tante quella del segretario del Prc Paolo Ferrero





