CRONACHE
Mafie ed economia, il nodo delle gare d'appalto
Violenza o minacce non sono l’unico motivo per cui grandi e piccole imprese scendono a patti e fanno affari con la ndrangheta. Anzi, il più delle volte, per le cosche non è neanche necessario arrivare a tanto. Spesso, a spingere padroncini grandi e piccoli a cedere appalti e subappalti a note imprese mafiose è un semplice principio di convenienza economica, in base al quale si può soprassedere su gare d’appalto, certificati antimafia e protocolli d’intesa con le Procure. E pazienza se poi viene giù un ponte o una galleria, o intere frazioni dopo un paio di ore di pioggia, rimangono isolate per giorni perché le strade si sbriciolano come se fossero fatte di sabbia. A fare valutazioni del genere non sono piccole imprese, nate e cresciute in contesto mafioso e per questo asservite a tali logiche, ma canche i dirigenti della Condotte spa, multinazionale delle costruzioni, con un ruolo da protagonista in tutti i cantieri delle grandi opere italiane dalla Tav alla Salerno-Reggio Calabria, dal Mose alla Statale 106. Proprio qui, cinque manager del terzo polo italiano delle costruzioni, avevano spalancato le porte dei propri cantieri alla ndrangheta del luogo, assicurando ai clan un subappalto da 7 milioni e 400 mila euro. Questa la cifra che Pasquale Carrozza, Sebastiano Paneduro, Rinaldo Strati, Antonino D'Alessio e Cosimo Giuffrida, i dirigenti oggi finiti in manette, si erano impegnati a versare sia alla Imc, società che orbita nella galassia del clan Morabito, sia alla D'Agui beton srl, riconducibile ai Vadalà, Maisano, Rodà e Talia. "Sostanzialmente Condotte – scrive il pm Lombardo nell’ordinanza di custodia cautelare - ha avuto cura di dividere esattamente in parti uguali la fornitura di calcestruzzo necessario tra la D'Agui beton srl e la Imc". Non fosse mai che la disparità di trattamento facesse saltare l’accordo tra i clan storicamente in guerra, ma che in nome degli affari – secondo quanto ricostruito gli inquirenti - avevano trovato l’accordo dopo un’infinita serie di summit. Del resto, non c’era
rischio che una gara d’appalto facesse saltare i patti presi dai clan per spartirsi non solo la fornitura di
calcestruzzo, ma l’intera gestione di maestranze e movimento terra, i servizi di pulizia e persino le forniture
per ufficio. Stando alle carte, Condotte, prima di aprire i propri cantieri, non ha mai fatto alcuna indagine di
mercato per scegliere i propri fornitori tanto meno aperto un bando di gara. I subappalti – scrive il pm –
sono stati affidati dai responsabili della società in maniera "anomala, senza verificare capacità tecnica ed
economica dei propri interlocutori locali". Circostanze nella migliore delle ipotesi singolari, come singolari
sono le resistenze dei manager locali della multinazionale del cemento nel revocare l’accordo con la Imc ,
quando la Prefettura di Reggio, alla luce di un protocollo d'intesa contro le infiltrazioni mafiose, segnala la
società come azienda a rischio. Inerzia di cui era a conoscenza – e che aveva segnalato come molto
pericolosa – anche l’avvocato di Condotte, Giuseppe Pirozzi, che nel corso di una telefonata intercettata dai
Ros avvertiva i dirigenti di stanza in Calabria: "Lì stiamo rischiando grosso, nel senso che la nostra inerzia
potrebbe comunque essere considerata grave”. Ma Carrozza, Paneduro, Strati, D'alessio e Giuffrida, i
manager finiti in manette insieme a boss e picciotti delle cosche della jonica, non avevano nessuna
intenzione di seguire le indicazioni della Procura. Al contrario, hanno fatto il possibile per tutelare i boss. È
infatti Rinaldo Strati, ragioniere della multinazionale, a informare la Imc dei “problemi con i giudici” e ad
accompagnare i boss dall’avvocato per confezionare il ricorso al Tar, bocciato qualche tempo dopo
tribunale amministrativo. Anche qui, è sempre Strati su suggerimento del project manager Sebastiano
Paneduro, ad invitare i titolari della ditta a fare ricorso al Consiglio di Stato. Condotte nel frattempo
avrebbe assicurato le entrate necessarie: la fornitura di calcestruzzo non si interrompe come richiesto dai
giudici, ma viene incrementata "per aumento delle attività”. Attività che – stando alle ispezioni disposte
dalla Procura – in nulla hanno contribuito alla conclusione dell’eterno cantiere della statale
jonica. “L’esigenza di favorire le suddette cosche si è risolta in un’elevata soglia di approssimazione
nell’esecuzione dei lavori” scrivono gli inquirenti “la cui qualità si è rivelata inferiore a quanto prescritto
negli atti progettuali”. La galleria Sant’Antonio – per esempio – nel dicembre 2007 è crollata a causa
dell’eccessiva distanza tra le arcate. ‘’E’ solo un caso se non ci sono state vittime’’ ha commentato in
proposito il procuratore Giuseppe Pignatone. Tutti lavori su cui l’Anas, tramite il suo direttore dei lavori
Vincenzo Capozza, avrebbe dovuto vigilare. E dei quali dovrà rispondere, insieme ai 5 alti papaveri della multinazionale. Ma per loro, considerando “gli incontri conviviali e i rapporti strettissimi per favorire gli
interessi delle cosche e le attività per dissimulare le responsabilità”, l’accusa è decisamente più grave:
concorso esterno in associazione mafiosa.





