CRONACHE
Onu: "Attacchi alla magistratura, in pericolo lo stato di diritto in Italia"
La visita dell'Alto Commissario per i diritti umani
Navy Pillay, donna, sudafricana, ex presidente del tribunale penale internazionale sul Rwanda, oggi Alto Commissario per i diritti umani dell’Onu, è «preoccupata» per gli sgomberi incivili nei confronti dei rom e critica apertamente il pacchetto sicurezza introdotto dal governo italiano con tutto ciò che ne consegue: reato di clandestinità, condizioni di vita nei centri di identificazione ed espulsione dopo l’allungamento della detenzione a sei mesi, i militari in città, le ronde.
Alla Commissione per i diritti umani del Senato non ha usato giri di parole: «C’è il rischio di tenere la migrazione all’interno dei confini della sicurezza. Si tratta di un approccio riduttivo che alimenta sfiducia e paura».
Pillay bacchetta indirettamente anche le intemperanze verbali dei leghisti, che spesso sconfinano nel razzismo, e poi non dimentica i respingimenti in mare che a suo tempo l’Onu aveva già stigmatizzato: «I migranti non sono rifiuti tossici». Infine una stoccata a Berlusconi in persona: «Sono preoccupata per lo stato di diritto in Italia perchè ritengo che la magistratura in molti Paesi sia messa a repentaglio dall’Esecutivo».
Che dire. Una bella lavata di capo. Da mesi Nazioni Unite e altri organismi internazionali invitano l’Italia a modificare le politiche nei confronti dei migranti e dunque le critiche non arrivano inaspettate. Inaspettata davvero è l’allarme sugli attacchi ai magistrati, e per la prima volta dal dopoguerra l’Italia riceve gli stessi rimbrotti dei Paesi poco democratici.
Ora Pillay arriva a Roma per una visita di due giorni, che si concluderà oggi, e non è un caso che visiterà, questa mattina, i due campi nomadi di via Marchetti e via Candoni e poi il centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria. La sua visista coincide con un momento particolare, sia per i nomadi che per i migranti rinchiusi nei centri. Se a Milano gli ultimi sgomberi hanno creato masse di persone costrette a rifugiarsi negli anfratti della città, interrompendo spesso il percorso scolastico dei bambini, a Roma procede a tappe forzate il Piano nomadi di Alemanno e del prefetto Pecoraro.
Proprio questa mattina Amnesty International, che già aveva lanciato un appello internazionale contro il Piano, presenterà le sue conclusioni sulle aperte discriminazioni e sulle violazioni dei diritti umani dei rom a causa dei continui sgomberi dei campi illegali senza una possibile alternativa - come successe nei mesi scorsi con la doppia cacciata dei rom dall’ex Casilino 700.
E da otto giorni continua lo sciopero della fame dei migranti rinchiusi nei Cie di Milano e Torino. A Ponte Galeria, dove sabato vi sarà un presidio degli attivisti, lo sciopero si è concluso, così come a Gradisca.
Ibrahim, trent’anni, detenuto al Corelli da nove mesi, protagonista della ribellione dello scorso agosto e condannato per danneggiamenti, «l’unica nostra colpa è non possedere il permesso di soggiorno. Vogliono farci soffrire, ma devono decidere: o mi mandano in Marocco o mi rilasciano». Ibrahim faceva il falegname e l’elettricista, ha una fidanzata e dei parenti che lo aspettano, fuori delle sbarre. Dopo la rivolta fu condannato a sei mesi di carcere, ora l’hanno rispedito al Cie: «Non facciamo nulla tutto il giorno». Assiste, Ibrahim, a vicende paradossali. Come quella di un rumeno al quale il giudice non aveva convalidato la permanenza al Corelli, ma che all’uscita dalla struttura invece della libertà ha trovato una volante della Questura Gli attivisti del comitato antirazzista milanese, che portano al centro bibite energetiche e succhi di frutta per chi sta scioperando, denunciano: «Li narcotizzano per tenerli tranquilli».Fino a martedì erano sessanta le persone che si astenevano dal cibo nel centro di Milano. Le donne, soprattutto, dopo alcuni giorni hanno perso le forze e non potevano nemmeno alzarsi dal letto. E ieri mattina una ragazza che si sentiva male è stata rilasciata. Ora gli scioperanti sono rimasti in diciotto, e minacciano di continuare anche fino alla morte. Come Nabil, rinchiuso nel centro di Torino, da cinque giorni senza riscaldamento nonostante il freddo polare e la neve fuori: «Il medico mi chiede di mangiare perché sono stato operato di ulcera, ma preferisco morire piuttosto che rimanere qui dentro».
Navy Pillay, che nella prima giornata ha incontrato i ministri Maroni e Alfano, ricorda che il diritto internazionale impone la privazione della libertà come «l’ultima misura da applicare». I migranti, soprattutto, «devono essere informati dei loro diritti» e poter fare ricorso. Cosa che non sempre è garantita.
L’Alto commissario ha poi allargato il discorso alla lotta al terrorismo («combatterlo è sacrosanto ma seza discriminare le defi religiose» con evidente riferimento all’Islam e all’equazione musulmano uguale criminale).
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