MONDO
Medio Oriente: «Senza l’aiuto internazionale non c’è pace»
Intervista a Meron Rapoport, pacifista e giornalista del quotidiano israeliano “Haaretz”
Meron Rapoport, giornalista del quotidiano israeliano “Haaretz”, testimone acuto della politica israeliana di occupazione dei territori palestinesi, lancia un appello all’Europa e all’amministrazione Obama, affinché offrano un ausilio forte e determinato al processo di pace. In Italia per promuovere l’iniziativa Semi di pace, programma d’incontro tra operatori di pace israeliani e palestinesi, denuncia una situazione drammatica. «La spaccatura tra Gaza e la Cisgiordania, tra Hamas e Fatah, non favorisce il processo di pace, Israele ne ha tratto un indubbio vantaggio aiutando questa spaccatura a divenire insanabile, impedendo, con il protrarre l’embargo nella Striscia, la ripresa dei rapporti tra palestinesi della Cisgiordania e di Gaza. In questo modo Israele aiuta Hamas a governare Gaza, se la Striscia fosse più aperta, Hamas non potrebbe giovarsene.
Che peso ha il conflitto interno tra palestinesi nella difficoltà di avviare un credibile e duraturo processo di pace?
Questa spaccatura è pericolosa, ma la sua importanza è un po’ sopravvalutata, sono altri i motivi per cui non andiamo avanti nel processo di pace. Questo è l’altro ostacolo, ma non è l’ostacolo più grande.
Quale ruolo assume la stampa israeliana nel conflitto? Lo esamina in modo obiettivo, democratico?
La stampa in Israele negli ultimi anni, specie dopo il bombardamento di Gaza, ha mostrato voci alternative, voci che non sopportano la politica del governo, la politica della violenza a cui l’opinione pubblica non accorda più alcun consenso, negando all’ideologia bellica quello spazio di accoglienza che all’inizio della seconda Intifada poteva ancora registrare. Adesso, però, è in atto un vero attacco alle voci che si sono levate in difesa dei diritti umani. Credo che la stessa democrazia in Israele sia in pericolo.
E’ un grande movimento quello pacifista in Israele?
No, purtroppo no, è un movimento di grande forza morale, ma i numeri sono scarsissimi, tutta la sinistra, se si può considerare il partito laburista di sinistra, ma vi sono forti dubbi, ha meno di venti seggi, sedici per la precisione, mentre dieci anni fa ne aveva quarantacinque. Meno forze significa meno azioni di sensibilizzazione, non certo di più, ma incoraggia a ben sperare quel recente sondaggio da cui è risultato che il 75% della popolazione intervistata, sia israeliana che palestinese, è favorevole alla pace.
Una soluzione politica del conflitto può prescindere dalla riunificazione tra palestinesi?
L’unità politica tra palestinesi è importante, ma il fattore determinante è l’unanimità della Comunità internazionale, la volontà dell’Europa e dell’amministrazione Obama di decidere che vogliono far cessare l’occupazione perché la pace non è procrastinabile all’infinito, mentre i territori in Cisgiordania subiscono la prevaricazione e l’arbitrio senza soluzione di continuità. Obama non ha cambiato nulla fino e l’Europa non ha favorito sviluppi positivi, ma ho fiducia che la storia abbia in serbo un cammino diverso, che intercetti la pace e ne faccia un vessillo del futuro. Noi da soli non possiamo farcela.
Altre ragioni di ottimismo?
La spinta più forte a pensare positivo mi viene dalla posizione del premier palestinese Salam Fayyad che propone nella soluzione del conflitto, i confini finali del ’67. Questa proposta mi induce all’ottimismo perché è incentrata sulla consapevolezza che a parlare può e deve essere la politica, non le armi, non più la violenza. Israele vede questa proposta come una minaccia pericolosa perché è una proposta politica, che va al cuore della politica e per questo fa tanta paura.
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