POLITICA
Assemblea e festa dei pirati. La rete prova ad autodifendersi
Cinquecento persone che si riuniscono per una manifestazione in un teatro, non fanno notizia. Tanto più di questi tempi, in piena campagna elettorale, tanto più quando è la destra a tentare la prova di forza in piazza. Insomma, di manifestazioni che ce n'è più di una al giorno. E spesso passano senza lasciare traccia. Stavolta è diverso però, un po' diverso. Perché casualmente in contemporanea con l'adunata del Popolo delle Liberà, a Roma si riuniscono i "pirati". I pirati telematici. Le loro associazioni, in testa il Partito Pirata - che in Italia è un movimento non una forza organizzata, non un partito tradizionale, insomma, nonostante il nome -; le loro associazioni, si diceva, hanno organizzato per sabato 20 una giornata per incontrarsi, discutere, suonare, ascoltare musica. Musica libera. Per divertirsi. Una giornata per informarsi su come sia possibile sottrarsi al Grande Controllo della rete e continuare a "navigare" in totale anonimato. Per capire: alla Festa dei Pirati (la seconda, dopo quella organizzata l'anno scorso a Garbatella), saranno presentati e diffusi anche nuovi software che consentono l'accesso in rete, senza possibilità di essere "tracciati". Si spiegherà come si fa.
Ed una festa di pirati, si sa, già da sola dovrebbe catturare l'attenzione. Ma stavolta c'è molto, molto di più. C'è la scelta simbolica del luogo: si svolgerà al cinema Capranica, per tutta la giornata. A venti metri metri da piazza Montecitorio, a due passi dalla sede del Palazzo. Ma soprattutto a renderla rilevante c'è quel che sta "fuori". Fuori dal cinema Capranica, nello spazio della Politica. A renderla rilevante, insomma, c'è lo sfondo, c'è l'attacco alla libertà della rete.
Che, naturalmente, non comincia dall'Italia. La vicenda è proprio di questi giorni. Pochissimo tempo fa, s'è tenuta - in modo riservatissimo - l'ennesima sessione delle trattative Acta, l' Anti-Counterfeiting Trade Agreement. Una sorta di mega accordo internazionale fra i potenti della terra. Che all'origine avrebbe dovuto occuparsi della lotta alla contraffazione: come impedire, insomma, che sui mercati arrivino prodotti "taroccati". I giocattoli, i capi di vestiario, ecetera. Ben presto, come tutti temevano, però questa sorta di summit dell'economia mondiale ha cominciato a discutere di come provare a mettere in riga la rete. Naturalmente con la scusa della lotta alla pirateria telematica, hanno cominciato a discutere di quali dovrebbero essere i contenuti leciti su Internet e quali no, chi debba "governare" il Web e chi limitarsi a sfogliarne le pagine. I loro progetti, i progetti dei potenti, sono stati resi pubblici grazie ad una "talpa" che ha messo on line tutto ciò di cui si era discusso.
Al punto che i parlamenti nazionali e quello europeo hanno chiesto spiegazioni. Fino ad ora senza ottenerle. Anzi: davanti ad una richiesta della Ue, uno dei paesi dell'Acta, il Canada ha risposto opponendo "il segreto militare". Per loro, insomma, il governo della rete equivale ad una nuova guerra.
Non tutto parte dall'Italia, allora. Ma l'Italia – quest’Italia – ci mette del suo, sempre in quella direzione. Due settimane fa, per raccontare l'ultima, è scaduto il termine per presentare gli emendamenti al pessimo disegno di legge Romani. Ne ha presentati tre l'opposizione parlamentare, nessuno le forze di maggioranza. Che pure avevano promesso di farlo. E così, a breve, andrà in votazione quel progetto che equipara i blog e i siti informatici alla carta stampata. Imponendo loro l'obbligo di rettifica entro breve tempo. E sia chiaro: non si sta parlando dei siti giornalistici, che sono già regolati dalla legge. Si sta parlando delle pagine Web personali, dei blog, dei mini-blog su twitter. Se in quelle pagine qualcuno scrive una cosa, un giudizio che "disturba" qualcun altro, il sito è obbligato a rettificarlo immediatamente. Pena pesantissime sanzioni. Il che significa che solo i siti commerciali, che potranno pagare - naturalmente con contratti precari - qualche dipendente potranno arrangiarsi. Gli altri saranno costretti a chiudere. Una rete chiusa "per rettifica", come già si dice nelle discussione on line.
Di più: il disegno di legge, così come il recente decreto Romani (in parte corretto dopo un'enorme e nuova per l'Italia mobilitazione telematica), così come il vecchio progetto di legge D'Elia, Udc, o come quello di attori e attrici approdati alla Camera, sempre fra le fila della destra, rivela in realtà un'unica "filosofia". Quella per cui, la rete non può restare neutrale. Deve essere indirizzata. Controllata. Da chi? In Francia si è arrivati al punto che il controllo viene affidato a privati, ad agenzie messe in piedi dalle major del'intrattanimento. In Italia si pensa a trasformare i provider, le aziende che forniscono gli acessi, in poliziotti. In cani da guardia della rete.
Resta da chiedersi, allora, chi siano davvero i fuori legge. I pirati o gli altri? Resta da domandarselo anche leggendo una dichiarazione di un personaggio rilevante della cultura italiana (o che tale dovrebbe essere). Leggendo una dichiarazione di Tullio Camiglieri, coordinatore del Centro Studi per la difesa dei diritti degli autori. Ad un sito d'informazione - ad un sito dichiaratamente di parte: borsaitaliana.it - dice d'essere allibito per la manifestazione dei "pirati". "Stupisce - sostiene - che ad aderire ci siano anche deputati. Sarebbe più utile se questi rappresentanti pensassero a tutelare responsabilmente l'industria italiana saccheggiata quotidianamente dalla pirateria". Chi ha letto qualche romanzo sa che sono quasi - sostantivo più, sostantivo meno - le stesse parole che utilizzavano gli ammiragli dei galeoni spagnoli quando andavano a depredare le ricchezze del Sud America e temevano qualche assalto in mare. Allora, chi sono davvero i fuori legge? Chi crede che il diritto alla condivisione debba entrare nel dibattito politico o chi crede che il profitto delle major debba diventare un valore anche per la rete?
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