CULTURA
E se cercando Dio l’uomo incontrasse la propria libertà?
Un libro che parla di Dio ma che in realtà parla agli uomini. O meglio, un libro che, si potrebbe arrivare a dire, “con la scusa di Dio”, parla degli uomini, delle loro paure e della loro libertà. Questo il significato della riflessione proposta da Vito Mancuso in "Io e Dio", il volume che ha pubblicato recentemente da Garzanti (pp. 496, euro 18,60) e che è già diventato un caso editoriale con oltre 70mila copie vendute. Mancuso è uno dei più noti teologi italiani, ma un teologo particolare, che rifugge dai luoghi comuni e che preferisce porre domande e interrogativi piuttosto che affermare certezze, con tutto che la teologia sembra spesso basarsi, e soprattutto fondarsi, proprio su questo.
Docente nella Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano, editorialista della Repubblica, Vito Mancuso è stato ordinato sacerdote a 23 anni, nel 1986, ma un anno dopo ha chiesto di essere dispensato dalla vita sacerdotale e di potersi dedicare solo allo studio della teologia. In seguito, ricevuta la dispensa papale si anche è sposato. Studioso molto noto in tutta Europa, Macuso è autore di una serie di opere che hanno fatto discutere e che hanno attirato l’attenzione anche dei “laici”: da "Per amore. Rifondazione della fede" (Mondadori, 2005) a "L’anima e il suo destino", con prefazione di Carlo Maria Martini (Raffaello Cortina, 2007), da "Disputa su Dio e dintorni" (Mondadori, 2009) a "La vita autentica" (Raffaello Cortina, 2009).
In "Io e Dio", che lo stesso autore presenta come “una guida dei perplessi”, Mancuso definisce l’orizzonte di una ricerca che parla a un tempo del rapporto tra gli individui e la fede e del “ruolo sociale” esercitato dalla religione in Europa. Un percorso, spiega il teologo, che «nasce dalla consapevolezza della gravità del tempo che l’Occidente sta vivendo. Parlo di gravità perché ogni grande civiltà è stata tale solo nella misura in cui ha saputo raggiungere l’armonia tra sapere di Dio, o del divino, in quanto senso complessivo del vivere e gerarchia dei valori, e sapere del mondo, in quanto concreta esperienza della natura e della storia. Ogni grande civiltà si fonda sull’armonia tra senso ultimo delle cose ed esperienza concreta della vita, tra sintesi vitale e volontà analitica». A questo primo segnale, Mancuso, aggiunge una considerazione che va al di là dei “territori della fede”: «Oggi le utopie sono morte, ma con esse purtroppo sembra siano morti anche gli ideali. Talora ne discende una specie di depressione collettiva della speranza e dell’immaginazione sociale e, ancora peggio, una sfiducia di fondo dell’umanità in se stessa».
«Per secoli in Occidente la fondazione del pensiero di Dio è stata attuata a partire dalla Chiesa e a partire dalla Bibbia. Ancora oggi l’impostazione dominante segue questa duplice via, Chiesa + Bibbia, o nel caso del protestantesimo Bibbia + Chiesa», spiega il teologo che chiarisce come l’impostazione del suo lavoro segua invece un’altra impostazione. «In questo libro io difendo la libertà, che è il concetto decisivo ad essere in gioco dietro il pronome personale Io», sottolinea Mancuso, che aggiunge come questo saggio «avrebbe potuto intitolarsi “La libertà e Dio”, perché alla fine ciò che intendo fare con l’insieme del mio lavoro è una teologia della libertà, della libertà che si compie come amore». Per questo, il teologo sceglie di parlare «di Dio a partire dall’Io» e lo fa «non dentro le mura di un’istituzione, ma all’aria aperta della libertà di pensiero».
Proseguendo la ricerca iniziata nelle sue opere precedenti, questo teologo sui generis indica così esplicitamente come ogni riflessione sulla religione non possa che avere luogo oggi in uno spazio “libero”, che rappresenta a un tempo l’interiorità della propria coscienza e l’essere svincolati da ogni obbedienza dovuta ai diktat delle gerarchie religiose, in questo caso cattoliche. «La teologia fondamentale viene tradizionalmente strutturata su tre grandi pilastri: fede, rivelazione, Chiesa. Qual è il più importante?». E, ancora, quale l’elemento centrale dell’esperienza religiosa: «i contenuti dottrinali creduti» o «l’atto personale del soeggetto che li crede»? «La dimensione oggettiva-dottrinale oppure quella soggettiva-personale?». Mancuso non ha esitazione nell’indicare quale sia la risposta “ufficiale” che viene data a questi quesiti. «L’impostazione cattolica non lascia dubbi: è più importante la dimensione oggettiva-dottrinale della fede, definita e custodita dalla Chiesa. Da ciò consegue che il fondamento del cattolicesimo (che dovrebbe essere la fede) alla fine è un altro: è il potere ecclesiastico, per la precisione pontificio. Per questo essere cattolici equivale a prestare obbedienza al papa».
A quella che presenta come una deriva di segno autoritario del rapporto tra l’individuo e la fede, l’autore di "Io e Dio" contrappone, nella propria costruzione “teologica”, il primato della coscienza e dell’autenticità sulla gerarchia e sulla tradizione. La religione, spiega Mancuso, non può che basarsi sulla fede, mentre il resto, vale a dire istituzioni e dottrina, sono del tutto secondarie se non inutili. E’ questo l’elemento che conduce al cuore stesso del pensiero del teologo, che propone per questa via una sorta di introduzione al “buon uso della religione” che si indirizza a tutti, credenti e non. «Il mio Dio, ciò che presiede la mia vita, non è nulla di esterno a me. Credendo in Dio, io non credo all’esistenza di un ente separato da qualche parte là in alto; credo piuttosto a una dimensione dell’essere più profonda di ciò che appare in superficie, capace di contenere la nostra interiorità e di produrre già ora energia vitale più preziosa, perché quando l’attingiamo ne ricaviamo luce, forza, voglia di vivere, desiderio di onestà. Per me affermare l’esistenza di Dio significa credere che questa dimensione, invisibile agli occhi, ma essenziale al cuore, esista, e sia la casa della giustizia, del bene, della bellezza perfetta, della definitiva realtà».





