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De Monticelli, filosofa: «L’indignazione è una rivolta morale»

«Ci sono momenti in cui l’azione, la resistenza o addirittura la rivolta vengono vissute come esigenza morale: tipicamente è quello che avviene oggi nei casi di “disobbedienza civile” (...). Ma l’autenticità morale ancora oggi si valuta dal prezzo personale che si è disposti a pagare: come hanno mostrato le centinaia di uomini e donne che hanno fatto catena inerme per proteggere il Museo Egizio del Cairo, sotto i colpi dei cecchini che sparavano dai tetti. (...). L’esito dei rivolgimenti politici che si compiono sull’onda di quella che diventa per molti una vera e propria nuova esperienza morale, è spesso un mutamento delle regole costitutive della vita associata, dunque anche del fondamento delle leggi. Ne abbiamo esempi chiari nella nostra storia: il Risorgimento, la Resistenza. Avviene in questi momenti che il pensiero pratico nella sua totalità cerchi una rifondazione: a volte, cioè, l’urgenza della questione pratica “che fare?” è proporzionale alla sua profondità».
Roberta De Monticelli è una delle più note filosofe italiane, insegna Filosofia della persona all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, dopo aver svolto ricerche e studi nelle università di Bonn, Zurigo e Oxford e aver insegnato Filosofia moderna e contemporanea all’Università di Ginevra. Autrice di numerosi testi, di recente, dopo aver pubblicato nel 2010 "La questione morale"(Raffaello Cortina), ha proposto, sempre per l’editore milanese,"La questione civile"(pp. 156, euro 13,50), un volume in cui riflette sulla situazione del nostro paese e sull’«erosione di speranza, di coraggio e di slancio creativo» che sembra caratterizzare l’Italia sia sul piano civile che su quello sociale e su come, per uscire da questa situazione, si possa e si debba fare «un buon uso dell’indignazione».
Del resto, Roberta De Monticelli è abituata a prendere posizione e ad intervenire in prima persona nel dibattito pubblico del nostro paese. Lo scorso anno scrisse una lettera per contestare il rettore dell’Università San Raffaele don Verzè che aveva partecipato alla cerimonia di laurea di Barbara Berlusconi, offrendo alla figlia del Cavaliere addirittura una cattedra: «Scrivo queste righe per dire: non in mio nome. Intendo dissociarmi apertamente e pubblicamente da questa che ritengo una violazione non solo del principio della pari dignità formale degli studenti, non solo della forma e della sostanza di un atto pubblico quale una proclamazione di laurea, non solo della dignità di un corpo docente che il rettore dovrebbe rappresentare, ma anche dei requisiti etici di una istituzione universitaria d’eccellenza quale l’Università San Raffaele giustamente aspira a essere».

Nelle prime pagine di “La questione civile” lei descrive questo suo lavoro come un tentativo di definire una “filosofia del risveglio”, vale a dire?
Ciascuno di noi deve assumersi la propria responsabilità personale. Denunciare quello che non va. Risveglio significa non rimuovere, non autoanestetizzarsi, rinunciare a quell’indifferenza che è l’altra faccia della rimozione del dolore. Ma, soprattutto, penso che oggi sia il termine “rivoluzione” che va inteso come risveglio, come rivoluzione interiore. E’ questa una tesi che avevo già espresso anche ne "La questione morale" e che si basa sull’idea che oggi vada ripensata l’insieme della ragione pratica. Questo non significa abolire le distizioni che ci sono tra etica, diritto, politica, e eventualmente religione, ma tener presente come vi siano dei momenti, appunto contrassegnati dalla rivoluzione interiore, in cui il fondamento di tutto non può che essere morale. In occasione di tali rivoluzioni interiori non solo si rifonda in qualche modo l’intero pensiero pratico, ma tutto può rigenerarsi a partire da queste basi morali che, certo, non cancellano la politica o il diritto, le divisioni e le differenze tra i vari campi, ma che sembrano poter rimettere tutto in gioco.

Ed è in questo contesto che lei propone di fare un “buon uso dell’indignazione”: in quale modo?
L’indignazione è tipicamente un sentimento morale, a differenza ad esempio della rabbia, del risentimento o del rancore. E’ lo è perché rappresenta la risposta emotiva che ciascuno di noi dà non tanto un torto fatto a se stesso, quanto piuttosto a un torto fatto a chiunque. Nell’indignazione è insito un riferimento universale, un senso dell’“humanitas” che è presente in noi stessi. L’indignazione ha a che fare con il sentimento dell’ingiustizia. Lo sguardo dell’indignazione fondata, quella che resiste al vaglio critico, non si appunta affatto su di sé ma sul valore che sta alla base di un obbligo: per esempio, la competenza e l’onestà richieste per esercitare un ufficio pubblico. Il torto è una ferita dell’anima di chi lo subisce, non una diminuzione della sua utilità. Tanto è vero che la stessa ferita è subita da chi non lo patisce personalmente, ma lo percepisce come torto. E’ questo il senso proprio dell’indignazione.

Quanto alle forme che può assumere questa indignazione nell’ambito della società, lei sembra condividere i dubbi di Simone Weill sull’efficacia dei partiti.
In realta Weill finiva per auspicare la sopressione stessa dei partiti politici, pronti a sacrificare al consenso la verità. In Italia si può pensare di dare invece maggiore spazio ai movimenti della società civile, gli unici che abbiano tenuta viva negli ultimi anni la speranza del nostro riscatto civile.

Guido Caldiron

in data:03/12/2011

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