SOCIETÀ
Censis: «L'Italia? Fragile, isolata. In mano alla finanza»
La crisi finanziaria ha reso la società italiana «fragile, isolata ed eterodiretta», con una dialettica politica «prigioniera del primato dei poteri finanziari». È questa la conclusione cui giunge il 45° rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese.
Nel picco della crisi 2008-2009, si legge nelle considerazioni finali del Rapporto, l'Italia aveva dimostrato «una tenuta superiore a tutti gli altri» guadagnandosi «una good reputation internazionale». Ora, invece, si scopre fragile «a causa di una crisi che viene dal non governo della finanza globalizzata e che si esprime sul piano interno con un sentimento di stanchezza collettiva e di inerte fatalismo rispetto al problema del debito pubblico».
Emerge anche un senso di isolamento, dettato dall'estraneità rispetto ai grandi processi internazionali, e anche l'impressione di essere «eterodiretti, vista la propensione degli uffici europei a dettarci l'agenda. I nostri antichi punti di forza (la capacità di adattamento e i processi spontanei di autoregolazione nel welfare, nei consumi, nelle strategie d'impresa) non riescono più a funzionare», continua il Censis.
I nostri antichi punti di forza non riescono più a funzionare, dice ancora l'istituto, che avverte: è «illusorio» pensare che i poteri finanziari disegnino sviluppo, perché lo sviluppo «si fa con energie, mobilitazioni, convergenze collettive». È quella dunque, secondo il Censis, la direzione da seguire.
«Germi di tensione e di conflitto potrebbero essere incubati nel prossimo futuro» per «la generale tendenza all'aumento delle diseguaglianze» e per «processi che creano emarginazione più o meno reale», sottolinea ancora il Censis.
La crisi economica in Italia ha colpito in particolar modo i giovani, sottolinea poi il Censis riferendo: «La crisi si è abbattuta come una scure su questo universo: tra il 2007 e il 2010 il numero degli occupati è diminuito di 980.000 unità e tra i soli italiani le perdite sono state pari a oltre 1.160.000 occupati».
La crisi economica degli ultimi anni ha ridotto il reddito disponibile delle famiglie e ha provocato conseguentemente una «caduta della propensione al risparmio» anche «a causa dell'irrigidimento» di alcuni consumi. In questo contesto la riduzione della quota di risparmi sembra però non avere colpito gli investimenti fissi, come le abitazioni. In 10 anni risulta inoltre raddoppiato il valore delle abitazioni.
«La percezione della crisi economico-finanziaria ha - dice ancora il Censis - tendenzialmente eroso i livelli di consenso di cui godono le classi dirigenti continentali, ma sembrerebbe esservi una specifica accentuazione italiana della caduta di considerazione nei confronti di chi, in diversi ambiti e a diverso titolo, occupa posizioni di responsabilità o svolge ruoli di influenza». «Una quota che, secondo la più recente rilevazione dell'Eurobarometro, risulta di quasi 7 punti inferiore a quella rilevata nel complesso dei 27 Paesi della Ue e di 5 punti inferiore a quella osservabile in media nei 6 grandi Paesi paragonabili per dimensione demografica».
In tempi di crisi, gli italiani riscoprono comunque il valore della responsabilità collettiva: il 57,3% è disponibile a fare sacrifici per l'interesse generale del Paese. Anche se il 46% di questi lo farebbe solo in casi eccezionali.
Secondo il rapporto, il 65,4% indica la famiglia come elemento che accomuna gli italiani, mentre l'81% condanna duramente l'evasione fiscale. A fronte poi di un 46% di cittadini che si dichiara «italiano», c'è un 31,3% di «localisti» che si riconoscono nei Comuni, nelle regioni o nelle aree territoriali di appartenenza, un 15,4% di «cittadini del mondo» che si identificano nell'Europa o nel globale e un 7,3% di «solipsisti» che si riconoscono solo in se stessi.
Una buona parte degli stranieri immigrati nel nostro Paese dimostra ottimismo e fiducia verso il futuro, convinta di essere entrata «in un circuito di crescita, non facile né senza ostacoli, ma progressivo». In quest'ottica, rivela ancora il Rapporto del Censis, la formazione scolastica viene vista dagli immigrati come lo strumento più importante per garantire un percorso di crescita, tant'è che il 98,4% di questi farà studiare i propri figli, a fronte di un 20% che pensa che studieranno il minimo indispensabile (quota che per gli italiani si attesta al 29,5%).
Crescono le connessioni a internet. La tv resta il mezzo più diffuso del panorama mediatico italiano (lo usa il 97,4% della popolazione), ma al suo interno è avvenuto un «ampio rimescolamento» dovuto all'arrivo del segnale digitale terrestre. E se l'ascolto della radio resta stabile, a confermarsi è il «periodo di grave crisi» della carta stampata. I quotidiani a pagamento perdono il 7% dei lettori nel periodo 2009/2011, cresce poco la free press, resistono i settimanali, tengono i libri, mentre non decollano gli ebook. Ed è l'utenza del web ad aumentare: nel 2011 ha superato la fatidica soglia del 50% della popolazione arrivando al 53,1%: l'87,4% tra i giovani, il 15,1% tra gli anziani. Con una particolarità: l'affermazione progressiva di percorsi «individuali dei contenuti e l'acquisizione delle informazioni da parte dei singoli».





