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Alain de Botton: «I riti della fede per “fare comunità”»

«Sono cresciuto in una famiglia di atei convinti, figlio di ebrei non osservanti che mettevano la fede religiosa sullo stesso piano della fede in Babbo Natale. Nonostante fossi stato fortemente influenzato dall’atteggiamento dei miei genitori, passati i vent’anni il mio ateismo mi ha mandato in crisi. Mi sono reso conto che la mia protratta resistenza alle teorie sull’aldilà o sugli abitanti del paradiso non era una giustificazione sufficiente per liquidare la musica, gli edifici, le preghiere, i rituali, le celebrazioni, i santuari, i pellegrinaggi, i pasti in comunione e i manoscritti miniati». Alain de Botton spiega così il senso del percorso che lo ha condotto a scrivere "Del buon uso della religione", la sua “guida per i non credenti” pubblicata nel nostro paese da Guanda (pp. 288, euri 17.50), in cui si interroga sull’opportunità di sfruttare certi meccanismi – spogliati del loro lato trascendente – per contrastare la disgregazione del senso di comunità nella società laica moderna, e per far fronte alle fragilità che minano l’equilibrio di tutti gli esseri umani. Da tempo, il suo primo successo editoriale "Esercizi d’amore" è stato pubblicato sempre da Guanda nel 1995, de Botton si è segnalato come un analista colto e curioso dei grandi temi che caratterizzano il sentire contemporaneo. Nato in Svizzera nel 1969, dopo aver studiato a Cambridge, vive attualmente a Londra.

Suo padre metteva la fede e la pratica religiosa sulla stesso piano del fatto di credere in Babbo Natale. Ha deciso di scrivere “Del buon uso della religione” perché ora crede che Babbo Natale esista davvero?
No, non credo nemmeno oggi alla storia di Babbo Natale, ma credo che la religione, o meglio alcuni aspetti della religione, abbiano qualcosa da insegnarci. Nella società di oggi ci viene chiesto di fare una scelta, di dichiarare se siamo religiosi o se non lo siamo affatto. O si crede o non si crede, punto. Mettere le cose in questo modo mi sembra un po’ ridicolo, perché in realtà nella pratica religiosa si trovano elementi importanti che non riguardano in realtà solo “la fede” in senso stretto. In particolare, credo che un po’ tutti noi abbiamo bisogno di imparare dalla religione come organizzare la nostra vita spirituale. Mi spiego: dal mio punto di vista non si tratta tanto di “credere”, cosa che a mio avviso riguarda le scelte di ciascuno e io resto comunque ateo, quanto piuttosto di recuperare quella cura per la parte spirituale delle nostre vite che abbiamo in qualche modo lasciato allo spazio della fede.

Alla base della prospettiva che lei auspica sembra esserci l’idea di una “religione senza Dio”, o meglio di pratiche collettive simili a quelle che vedono riuniti i fedeli, ma senza che vi sia un vincolo religioso tra chi vi prende parte, solo un senso di comunità. Cosa significa concretamente?
Credo che sia giunto il momento di liberare i nostri bisogni spirituali dalla patina religiosa che li ricopre. Il mio è un tentativo di leggere le fedi, principalmente quella cristiana e, in misura minore, quella giudaica e quella buddista, alla ricerca di intuizioni che possano tornare utili nella vita laica, soprattutto in relazione ai problemi sollevati dalla convivenza all’interno di una comunità e dalle sofferenze mentali e fisiche. Non si tratta di negare i valori della laicità: la mia tesi è che spesso abbiamo laicizzato malamente, cioè che, mentre cercavamo di liberarci di idee inattuabili, abbiamo erroneamente rinunciato anche ad alcuni degli aspetti più utili e affascinanti della religione.

Il processo di secolarizzazione dell’Occidente ha però accompagnato, non senza contraddizioni, lo sviluppo stesso della modernità, il definirsi delle nostre società, l’emergere della cultura borghese e urbana. Come operare ora la svolta che lei propone?
A mio avviso il nostro mondo si è laicizzato in modo sbagliato. Perché dico questo? Ma perché credo che pensatori come Voltaire che hanno criticato aspramente la religione non si sono soffermati abbastanza nell’analizzare i rituali e lo spirito di comunità, la macchina educativa, l’intero “sistema” sulla base del quale sono organizzate le religioni. La loro critica si è fermata alle idee, ai principi della fede. Dovremmo invece cominciare a guardare anche agli altri aspetti che contraddistingono la pratica religiosa, a cominciare dai rituali collettivi, dalle forme comunitarie che vi si esprimono. E’ questo che propongo nel mio libro, non di riscoprire la fede, ma di cominciare a prestare attenzione a questi aspetti della religione, adattandoli, in qualche modo, alla nostra vita, senza per questo doverci trasformare in credenti di qualunque tipo.

Negli ultimi decenni all’interno delle grandi famiglie religiose del pianeta, dai tre monoteismi nati sulle sponde del Mediterraneo fino all’induismo, sono emerse tendenze “fondamentaliste” che hanno spesso trasformato proprio gli aspetti comunitari e identitari della fede in rivendicazioni politiche spesso sostenute dalla violenza o dal terrorismo. Non teme questa deriva?
Certo che la temo. Ho ben presente le immagini di religiosi completamente folli che vogliono imporci con tutti i mezzi la loro morale. Questo non significa che ritengo che queste tendenze non possano essere sconfitte o isolate. Anzi, si pensi ad esempio all’11 settembre: quella terribile tragedia ha avuto come conseguenza di dimostrare come la stragrande maggioranza dei fedeli dell’Islam non condividesse in alcun modo le idee degli attentatori. In altre parole, non dobbiamo temere che si guardi alla religione come elemento comunitario, l’importante sono i valori con cui si definisce il proprio stare insieme. Valori che per me non possono che essere quelli della solidarietà e dell’amicizia.

Gu. Ca.

in data:10/12/2011

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