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Provocazione di Israele, 1600 case a Gerusalemme est

Nel primo giorno di colloqui con il vice presidente Usa, Joe Biden, il governo israeliano alza la posta di un confronto che non è mai stato facile, ma che ora si carica di nuove tensioni.
Ieri, infatti, il ministero degli Interni ha annunciato di aver approvato la costruzione di 1600 nuove unità abitative a Gerusalemme Est. Le unità, si legge, andranno ad ampliare il quartiere ultra-ortodosso di Ramat Shlomo, espandendolo tanto a est, quanto a sud. La nota, emessa dal comitato per la pianificazione dell’ufficio del ministero a Gerusalemme, precisa anche chi saranno i beneficiari delle nuove costruzioni, spiegando che il 30 per cento andrà a giovani coppie e che il quartiere sarà dotato di nuove infrastrutture.
L’annuncio segue un altro, del giorno precedente, e che riguardava la realizzazione di 112 nuove case nell’insediamento di Beitar Ilit, in Cisgiordania, in deroga alla moratoria di dieci mesi, annunciata alla fine dell’anno scorso.
La moratoria - che comunque lasciava fuori Gerusalemme est su cui il governo israeliano gioca una partita simbolica decisiva - era stata decisa per dare un segnale di disponibilità alla Casa Bianca, dopo le pressioni ufficiali e non dell’amministrazione statunitense.
Nel giro di quarantotto ore, però, il governo Netanyahu ha ufficializzato due provvedimenti proprio sulla questione che più attrito crea con Washington, ossia l’ampliamento degli insediamenti. E lo ha fatto in coincidenza dell’arrivo di Biden e e contestualmente alla presenza nella regione dell’inviato Usa, George Mitchell.
A Mitchell il governo israeliano ha dato la propria disponibilità al riavvio del processo di pace attraverso un dialogo indiretto con la mediazione Usa, ma le ultime decisioni dei Tel Aviv potrebbero far saltare il tavolo appena concordato. Ieri il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat Erekat ha parlato di una mossa che rientra in una «politica sistematica di distruzione del processo di pace» e ha anticipato che l’Autorità nazionale palestinese chiederà agli Stati Uniti di assumere la questione degli insediamenti come dirimente rispetto al prosieguo del processo di pace.
Ma per il momento la Casa Bianca tace, anche se quella del governo israeliano suona come una provocazione pesante e un’alzata di testa dell’ala più radicale e nazionalista della coalizione di Netanyahu. Un gioco al rialzo cui il Labour di Ehud Barak assiste silente mentre a sinistra resta solo il Meretz a vedere una «tempistica non casuale» nell’annuncio della costruzione di 1.600 nuove unità abitative a Gerusalemme est. Secondo Meir Margalit, rappresentante del Meretz presso il consiglio comunale di Gerusalemme, la decisione è «una risposta del ministro degli Interni Eli Yishai all’auspicio espresso dal premier Benyamin Netanyahu di rinnovare i colloqui di pace indiretti con i palestinesi». La mossa, a suo giudizio, «è uno schiaffo in faccia e una provocazione agli Usa».
Resta da vedere come reagiranno gli Usa a questa provocazione.
Lunedì, l’annuncio delle 112 nuove case in Cisgiordania non ha ricevuto nessuna dichiarazione di condanna, come invece richiesto a gran voce dai palestinesi. Washington ha preferito limitarsi a esortare Israele alla prudenza per non far saltare i negoziati indiretti appena avviati. «Quando si è coinvolti in trattative di questo tipo si debbono reconoscere gli interessi dell’altra parte ed entrambe dovrebbero essere prudenti nell’intraprendere azioni che potrebbero essere male interpretate o che potrebbero essere sfruttate da chi vuole ostacolare ulteriori progressi», ha dichiarato il portavoce del dipartimento di Stato P.J. Crowley.
Una risposta che non può soddisfare i palestinesi che si sono rivolti ieri alla Lega Araba per trovare una posizione comune che renda accettabile il ritorno al tavolo del negoziato. Ieri Biden ha rassicurato Netanyahu sul fatto che la sicurezza di Israele resta il pilastro delle relazioni tra i due paesi e non c’è stato nessun riferimento al problema degli insediamenti.
Intanto, sul fronte diplomatico, il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato ieri che Israele ha accettato la proposta di Ankara di riprendere il ruolo di mediatore in futuri colloqui indiretti con la Siria.

Stefania Podda

in data:10/03/2010

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Sono presenti 1 commenti

  • pietroancona

    Inserito il: 11/3/2010, alle ore 19:54

    IL CUCULO Le agenzie riportano le proteste degli USA per l'espansione della colonizzazione delle zone palestinesi di Gerusalemme est e GisGiordania. Israele ha annunziato la costruzione di altre milleseicento unità abitative nei luoghi dove sono state demolite o espropriate le case dei palestinesi che in conseguenza di ciò sono stati privati della cittadinanza e costretti a sdradicarsi, ad affollare i campi profughi, a diventare paria apolidi nella loro stessa terra. Altri 130 unità abitazioni-fortezza si stanno costruendo costruite in Gisgiordania.. Questo annunzio di Israele è l'ennesimo di un programma che non si è mai rallentato nè fermato e che ha creato dentro la Gisgiordania inizialmente delle enclave ora delle vere e proprie fortezze di coloni che hanno emarginato la popolazione originaria. I coloni si sono accresciuti in grande numero da quando Abu Mazen ha disconosciuto la vittoria elettorale di Hamas e, con l'aiuto di Israele, è riuscito ad isolarlo nella striscia di Gaza in uno spaventoso lager a cielo aperto dal quale è impossibile andarsene e difficilissimo viverci dentro una muraglia che isola dal mondo. Con la crescita numerica è cresciuta l'arroganza razzista dei coloni che ora sono molto di più del cuculo che era penetrato nel nido altrui ma squadre paramilitari di sionisti fanatizzati da una dottrina che li ha convinto a credere la Palestina la loro terra per decisione divina e che è sacrilega la presenza di popolazioni di altra religione. IL fondamentalismo religioso fomenta una continua pulizia etnica. Non passa giorno che non si verifichino brutali maltrattamenti, ferimenti e uccisioni di cittadini palestinesi. L'Autorità palestinese non conta niente e, se non collabora, viene aggredita nelle sue stesse caserme. I programmi di pulizia etnica per fare avanzare la colonizzazione israeliana vengono portati avanti assieme ad una allucinante interminabile trattativa di "pace" che dura oramai da alcuni decenni e che, chiaramente, costituisce una copertura propagandistica alla guerra a bassa intensità che a volte diventa ad alta intensità. Le sortite di caccia umana dei coloni armati di mitra sono quasi quotidiane. Le prevaricazioni e le violenze , lo sdradicamento di ulivi e di vigne, l' uccisione di pecore, gli incendi dei raccolti sono cronaca quotidiana. I palestinesi non possono reagire. Verrebbero subito uccisi. Il ruolo degli USA è di finto paciere. Gli USA e la Nato non vogliono la pace perchè hanno deciso di tenere in fermento tutta l'area. Oltre cinquecentomila soldati tra regolari e contractors occupano l'Iraq e l'Afghanistan. Israele ha ridotto in macerie per due volte in venti anni il Libano. Ora l'obiettivo è la sottomissione dell'Iran o la sua distruzione. Le politiche USA e di Israele sono identiche e non prevedono alcuna pace. La pace farebbe prosperare i popoli di una zona ricca di petrolio e di altre materie prime e la condizione che si vorrebbe per questi è quella di Haiti o delle Nazioni dell'america latina soggette al predominio delle multinazionali. E' chiaro che non c'è alcuna intenzione di creare uno Stato palestinese indipendente che possa vivere in pace accanto ad Israele. Si prevede un unico Stato etnico-religioso dotato di uno degli eserciti più potenti del mondo e di un ernorme arsenale nucleare che vuole espandersi ben al di là delle terre che occupa e dominare su una vastissima area. . L'ideologia sionista è riuscita ad egemonizzare la politica e la cultura delle comunità ebraiche e creato l'idolatria di uno Stato di soli ebrei. Dentro l'ebraismo esistono resistenze sempre più deboli a questo progetto. Molti soldati hanno pagato con la galera il loro rifiuto a seviziare e massacrare i palestinesi. Ma in atto non esiste alcuna possibilità di fare prevalere una corrente pacifista e umanitaria tra gli israeliani. Il sionismo viene incoraggiato dall'Occidente ed identificato con l'ebraismo. Quando Napolitano sostiene che chi è contro Israele è antisemita criminalizza in blocco ed a priori ogni critica, ogni insofferenza. Tutta la stampa occidentale dal NYT a Repubblica è rigorosamente allineata con Israele senza se e senza ma ed accetta senza battere ciglio qualsiasi misfatto. Gaza è stata bombardata per circa un mese, è stata distrutta, cinquecento bambini e circa duemila civili sono rimasti uccisi ma questo non ha emozionato nessuno dei famosi opinionist che non si sono peritati di dare uno straccio di giustificazione alla distruzione di una regione con quasi due milioni di persone. La trattativa israeliano-palestinese è una commedia che non si concluderà mai. Quanti ritenevano che il comportamento di Israele fosse conseguenza del fanatismo terrorista di Hamas dovrebbero dirci perchè non sia servito a niente il comportamento remissivo e collaborazionista di Abu Mazen che è considerato alla stregua di un servo che deve ringraziare per non essere scudisciato o impalato. I palestinesi debbono ritrovare al più presto la loro unità se non vogliono fare la fine delle tribù di pellirossa che gli Usa mettevano l'una contro l'altra mentre li spingevano verso le terre più inospitabili per chiuderli in " riserve".Ancora oggi gli scalpi dei sioux e gli oggetti della loro cultura sono souvenir per turisti nei drugstore del Texas o dell'Arizona. Questa infame mercificazione della memoria e della cultura dei popoli vinti e quasi scomparsi come i bufali delle grandi praterie o i maori australiani deve essere di monito. Pietro Ancona http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/ www.spazioamico.it http://www.liberazione.it/news-file/914449895.htm

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