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Iraq, il 62 % al voto. Nonostante le violenze

Pazienza. Per il risultato delle elezioni di domenica in Iraq, bisognerà aspettare ancora un po’. Un paio di giorni per i risultati preliminari e un paio di settimane per quelli definitivi. Scrutinare le schede non è un’operazione semplice. Richiede tempo, soprattutto perché i voti non sono pochi. Anzi.
Nonostante gli attacchi sanguinosi che nel giorno delle elezioni hanno provocato la morte di 38 persone, domenica il 62% dei 19 milioni di iracheni aventi diritto è andato a votare. Meno del 75% delle scorse elezioni nazionali del 2005, ma più delle ultime provinciali. Domenica uomini e donne sono usciti di casa, hanno aspettato pazientemente di venir controllati dalle forze di sicurezza locali e statunitensi - lì dove c’erano, 200mila solo a Baghdad - e hanno espresso il diritto a scegliere i propri rappresentanti. Tornando a casa con l’indice della mano destra macchiato di inchiostro blu per evitare che si votasse due volte.
Le previsioni dicono che sarà la coalizione dell’attuale primo ministro sciita Nouri al-Maliki a ottenere la maggioranza dei voti. La lista Stato della coalizione avrebbe raccolto molti consensi, arrivando prima in dieci delle diciotto province irachene e affermandosi soprattutto nel sud sciita e nella capitale Baghdad. Voti che però non basterebbero, però, a formare un governo monocoalizione.
Sono due i principali contendenti della coalizione di Maliki. Da una parte l’Alleanza nazionale irachena, in grandissima maggioranza sciita, di cui fanno parte anche i fedeli del predicatore radicale anti-statunitense Muqtada al-Sadr, e che, secondo indiscrezioni, potrebbe formare una coalizione post-elettorale con Maliki. Dall’altra la coalizione al-Iraqiyya dell’ex primo ministro Iyad Allawi e del vicepresidente sunnita Tariq al-Hashemi, la coalizione più marcatamente anti-settaria tra tutte quelle in competizione, e che, secondo indiscrezioni, avrebbe la maggioranza nelle province del nord e dell’ovest del paese. Ci vorranno probabilmente mesi di negoziati tra i partiti prima di arrivare a una maggioranza.
Rimane invece aperta, anche se con molta meno urgenza rispetto a cinque anni fa, la questione della minoranza sunnita, che per decenni ha guidato il paese ai tempi di Saddam e che nelle elezioni del 2005 si era largamente astenuta. In uno slancio di debaathizzazione, prima del voto più di 500 candidati, in gran parte sunniti, erano stati cancellati dalle liste elettotali per presunti legami con il disciolto partito baathista di Saddam. Ma l’episodio non avrebbe tenuto lontani gli elettori sunniti, i cui rappresentanti erano comunque presenti in diverse liste. Del milione e passa di potenziali votanti residenti all’estero, che si ritiene siano in maggioranza sunniti, solo 270mila hanno però espresso realmente la loro preferenza. Il loro voto potrebbe essere cruciale per gli equilibri del dopo voto.
Sarà interessante anche capire in che misura il partito emergente anticorruzione del nord curdo, il Goran, sarà stato in grado di ridimensionare il peso dell’Unione patriottica del Kurdistan del presidente Talabani, che da decenni domina la scena.
Domenica gli attacchi sono stati tutto sommato meno violenti e numerosi di quanto si temesse, e concentrati soprattutto nelle prime ore del voto, quando decine di colpi di mortaio sono caduti, per esempio, sulla capitale, compresa la zona verde delle ambasciate. Mosul, Baquba, Fallujah, Baghdad. L’episodio più sanguinoso è avvenuto proprio nella capitale, dove per il crollo di un edificio in seguito all’esplosione di un razzo Katyusha sono morte 25 persone. Le forze di sicurezza irachene hanno controllato la situazione, in quello che era stato considerato un test fondamentale per verificare la solidità del piano di ritiro statunitense.

Matteo Alviti

in data:09/03/2010

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